Testimonianza

Il Figlio dell’uomo è venuto, mangia e beve

Eugine Muthu, SJ (MDU) Eugine Muthu, SJ (MDU)

È stata la lotta contro la discriminazione fondata sul lavoro e sulla discendenza ciò cui mi sono dedicato con il massimo impegno nel corso dei miei 37 anni da gesuita. Tutto è cominciato quando ho deciso di privilegiare Scienze dello sviluppo rurale rispetto agli studi di Botanica, quando già stavo per entrare nella Compagnia di Gesù. Il mio desiderio di lavorare tra le persone discriminate si è fatto ancora più vivo durante il terz’anno svolto presso l’IDEAS (Institute for Development Education Action and Studies), il primo dei centri di azione sociale della Provincia gesuita del Madurai, fondato da p. Aloysius Irudayam SJ, fonte di ispirazione che con il suo esempio ha richiamato moltissimi gesuiti, me compreso, all’azione sociale.

Nel novembre 1993 sono stato ordinato sacerdote, e poco dopo sono stato invitato a pronunciare un’omelia in occasione di una messa festiva in una piccola cappella di un remoto villaggio del Tamil Nadu. A concelebrare eravamo quattro sacerdoti, e prima ancora di indossare gli abiti liturgici, eravamo stati invitati dagli anziani del villaggio a condividere il pasto che ci veniva offerto. La messa è durata un’ora. Mentre i fedeli attorniavano la statua del santo nella cappella, ho sentito l’auto del vicario Forane lasciare il campus, seguita dal parroco in motocicletta che portava con sé il terzo concelebrante. Gli anziani mi hanno raggiunto e portato quasi a forza in una casa dove era stato apparecchiato e preparato un pasto per tutti e quattro i sacerdoti. Ero l’unico di loro rimasto. Quel giorno sono venuto a sapere che i religiosi cattolici appartenenti ad altre caste discriminavano gli Arunthathiyar (gruppo sociale di cattolici costretti a lavorare nelle concerie e a svolgere lavoro di nettezza urbana), considerati impuri, per cui rifiutavano di mangiare o bere qualunque cosa fosse da loro offerta. È stato il mio primo incontro con questo tipo di discriminazione, vedere i sacerdoti scappare dal sagrato prima che qualcuno venisse a offrire loro qualcosa da mangiare.

Da allora, mi sono fatto un punto d’onore di recarmi ogni giorno in uno o l’altro villaggio dalit accettandone l’ospitalità, sedendo su qualsiasi cosa mi avessero offerto, che fosse un cuscino, un copriletto, una sedia; bevendo e mangiando qualsiasi cosa mi avessero dato. La situazione in India è simile all’apartheid del Sudafrica, e viene applicata dal gruppo sociale dei Bramini, che rappresentano soltanto il 3% della popolazione indiana. Tutti gli altri sono marchiati da un grado più o meno elevato di intoccabilità. Chiunque altro in India è discriminato sulla base del lavoro che svolge e della propria discendenza. Il potere ha gerarchizzato in maniera insidiosa il principio di intoccabilità, per cui ogni gruppo sociale è in lotta con tutti gli altri gruppi; e i movimenti di trasformazione sociale esitano. La discriminazione sulla base del lavoro svolto e della discendenza è dilagante anche nella Chiesa cattolica indiana.

Ho lavorato perlopiù con i conciatori, gli addetti alla nettezza urbana, le comunità dei lavandai. Uno dei grandi gesuiti, p. Robert De Nobili SJ, che ha lavorato in India riuscendo a predicare il Vangelo attraverso un’abile opera di inculturazione, ha dovuto lottare contro la discriminazione basata sul lavoro svolto e la discendenza. Ha portato nella chiesa in cui officiava gruppi diversi di persone, facendoli partecipare alla stessa celebrazione eucaristica, bevendo dal medesimo calice. Eppure gli è toccato scendere a compromessi. I fedeli in chiesa non sedevano tutti allo stesso livello. Il pavimento della chiesa dove sedevano le persone ritenute di casta inferiore doveva essere di almeno due centimetri e mezzo più basso. In alcuni luoghi, nel mezzo della chiesa una transenna correva dalla porta all’altare. Ci sono voluti trecento anni perché si potesse cercare di aggiustare le cose. Il vescovo John Peter Leonard della Compagnia di Gesù, che aveva dalla sua parte diversi altri sacerdoti, si è battuto contro tutte queste pratiche, facendo anche abbattere le transenne. Personalmente ho tratto ispirazione dal loro esempio, e cerco di dare a modo mio un contributo personale contro questa follia: mangiando e bevendo qualsiasi cosa mi venga offerto dai Dalit.

Eliminare del tutto le caste è l’unico modo per salvare le persone dal perpetrare l’odioso crimine della discriminazione basata sul lavoro svolto e sulla discendenza. La progressiva affermazione in India dei partiti di destra, con il loro potere politico che ha presa sulla gente rendono il nostro lavoro molto più difficile. Personalmente sono stato strumentale nel dare sviluppo ai centri sociali AHAL e AMUTHU, dove circa sette gesuiti lavorano in mezzo al gruppo sociale degli Arunthathiyar, i conciatori e gli addetti alla nettezza urbana.

“È venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori.” (Lc 7,34)

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
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