Accompagnare i lavoratori migranti in difficoltà
La mia prima esperienza con i lavoratori migranti l’ho avuta quando ero uno scolastico di 23 anni. Stavo viaggiando in treno per un’emergenza da Calcutta al Kerala, lo Stato in cui sono nato, in una carrozza senza prenotazione.
Eravamo in tantissimi, e c’erano anche dei giovani bengalesi che si spostavano verso sud percorrendo circa 2500 chilometri in cerca di lavoro. Nel corso delle 45 ore di viaggio, alcuni uomini della mia età mi hanno raccontato delle loro famiglie,
Del lavoro che facevano nei loro villaggi, dei motivi che li avevano spinti a emigrare, di quali lavori andassero a fare, delle loro aspirazioni, ecc. Uno di loro mi ha offerto anche una tazza di tè.
Questo primo incontro ha avuto poi un effetto nel 2011 mentre facevo volontariato per avviare un’opera tra i lavoratori migranti nel Kerala. La sera, li andavo a trovare nei campi di lavoro e intrecciavo rapporti con loro. Un po’ per volta ho cominciato a occuparmi delle loro problematiche, come il mancato pagamento degli stipendi, i problemi con la polizia, gli incidenti, le malattie, i decessi, la discriminazione da parte dei locali, ecc. Ed è così che è nato, con più di 500 lavoratori, il Jeevika-Migrant Workers Movement.
Una delle esperienze più tristi della mia vita è stata in occasione del caso che ha coinvolto Dipen Konra, un lavoratore migrante tribale nel Kerala che veniva dal Bengala Occidentale. L’ho trovato in un letto di ospedale ingessato dal collo ai piedi, con le gambe legate tra loro, e sorvegliato da due poliziotti. In seguito ho saputo che era in viaggio in uno scompartimento soffocante per andare a lavorare duramente in un cantiere del Kerala. Arrivato alla stazione di Aluva, Dipen era sceso per andare a prendere dell’acqua, e non riusciva a risalire sul treno per raggiungere Kollam dove doveva andare tanto era sovraffollato. Non sapendo cosa fare e non conoscendo la lingua malayalam, Dipen, che era vestito poveramente, ha cominciato a camminare. A tarda sera, è stato trovato dalla polizia, stanco e sporco, e interrogato in malayalam. Dal momento che non era in grado di rispondere e appariva strano, è stato portato alla stazione di polizia. Alle prime ore del giorno, desiderando solo andarsene via è scappato, e senza saperlo è finito nella zona dell’aeroporto che era lì a fianco. Sospettato di essere un maoista o un terrorista, è stato picchiato tanto da fratturargli gambe e mani, e fargli perdere i sensi. Poiché era in custodia cautelare, in breve tempo è stato trasferito in carcere. Lì gli ho fatto visita e ho portato il suo caso difronte alla corte facendogli anche da interprete. Nel frattempo, mi sono messo in contatto con la Commissione di stato per i diritti umani e con il suo intervento Dipen è stato trasferito in ospedale per ricevere ulteriori cure. Nove mesi dopo l’attacco, è stato fatto uscire dal carcere, e una domenica di Pasqua ha preso un treno per tornare a casa. In seguito sono andato a trovarlo a casa sua nel Bengali Occidentale.
L’impegno nel caso di Dipan mi ha mostrato come ci siano tanti lavoratori migranti lasciati a languire in carcere per crimini che non hanno commesso. In seguito, ho visitato parecchie prigioni del Kerala, e con l’aiuto di altre persone ho aiutato qualcuno a uscirne. In alcuni casi si è trattato di liberare i migranti da false accuse mosse dalla polizia.
Mi sono anche imbattuto in un numero impressionante di migranti deceduti per cause accidentali. Insieme ad altri, tra cui anche il governo e i datori di lavoro, siamo riusciti a far tornare nei rispettivi Stati più di 20 salme affinché le famiglie potessero dar loro l’ultimo saluto. In circa dieci casi abbiamo dovuto occuparci di offrire degna sepoltura o cremazione vicino a dove lavoravano alla presenza degli amici.
Durante il mese ignaziano del terz’anno, sono rimasto colpito dalla meditazione sulla Fuga della santa famiglia in Egitto che mi ha spinto a continuare a lavorare tra i migranti. Dopo il terz’anno, mi sono impegnato come volontario per dar vita alla Labour and Migration Unit presso l’Indian Social Institute (ISI) a Bangalore.
A Bangalore, insieme all’Arcivescovo ho preso l’iniziativa di istituire la Commissione per i migranti per prendersi cura delle necessità pastorali e di altro tipo dei migranti, compresi quelli provenienti dall’Africa. Ho fatto una presentazione su “Gesù il migrante e la nostra risposta” che raccontava di un gruppo del Catholic Religious of India (CRI).
I messaggi annuali di Papa Francesco in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato sono fonte di grande ispirazione per il mio lavoro con i migranti. Il tema scelto per quella del 2016,“Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia” era molto appropriato. Il Pontefice ha detto come Gesù ricordasse la triste e tragica realtà dei migranti. Sì, Papa Francesco è di grande ispirazione per la mia opera di accompagnamento ai lavoratori migranti che si trovano in difficoltà.
Martin è coordinatore della Labour and Migration Unit presso l’Indian Social Institute, a Bangalore