Africa – Effetti del Covid-19 e la risposta in Sud Sudan
Allan Ggita SJ [direttore dello sviluppo dei Gesuiti dell'Africa orientale], ci aggiorna sulla situazione nel Sudan del Sud, che è analoga a quella di tutta l'Africa orientale, dove le lotte quotidiane della gente sono diventate più difficili a causa degli effetti della pandemia e delle restrizioni nella fornitura dei servizi.
Il Coronavirus rimane una grande minaccia per la sicurezza della popolazione del Sud Sudan. Questa pandemia ha portato una cappa di disperazione, paura, morte, fame, confusione, disperazione, dolore, tristezza e incertezza. La preoccupazione del governo, concentrato sulla realizzazione e sul rinnovo dell'accordo di pace, non gli ha permesso di prestare la dovuta attenzione alla pandemia, il che ha prodotto come risultato che le misure di blocco parziale che ha messo in atto non sono state rispettate dalla popolazione a causa della mancanza di un'adeguata supervisione da parte degli agenti di sicurezza. La mancanza di informazioni da parte della task force Covid-19, la carenza di centri per i test (fino ad ora ce n'era solo uno - a Juba), e le insufficienti strutture sanitarie stanno aumentando il senso di incertezza nel paese.
Nel paese continuano a tenersi raduni di persone, per motivi sociali e religiosi, in un momento in cui sono ufficialmente sospesi dal governo. E le poche persone che vogliono rispettare le restrizioni di chiusura sono piuttosto confuse su cosa fare. L'adesione alle regole è stata lasciata alla discrezione dei civili. Molti hanno scelto di dare la priorità assoluta alla necessità di guadagnare denaro o di sfamare la propria famiglia, invece di rispettare le misure preventive Covid-19 emesse dal governo.
In questo momento, c'è pressione sul governo per non estendere l'isolamento parziale appena scaduto. I funzionari sanitari e l'opinione pubblica parlano di un calo dei casi (che riguardano persone morte in circostanze non chiare) durante le ultime settimane e per questo motivo chiedono la revoca del blocco. Le scuole continuano a rimanere chiuse, anche se diverse scuole private, con pochi studenti, sono aperte. Ad oggi non ci sono indicazioni su quando le scuole verranno riaperte.
Situazione instabile a Wau
La situazione a Wau non può essere né calcolata né prevista. Il test Covid-19 viene effettuato solo nell’ospedale governativo: il Wau Teaching Hospital. In più occasioni, si è scoperto che non disponevano degli strumenti necessari per sottoporre a test le persone sospettate di avere il virus. Non ci sono informazioni riguardanti il vaccino Covid-19 a Wau. Il pericolo più grave è il contagio reciproco e non si sa nemmeno dove trovare le medicine necessarie.
Il governo raccomanda e consiglia a tutti di osservare le procedure operative standard (SOP) per fermare la diffusione del COVID-19, ma la gente non è in grado di seguirle rigorosamente. Si mangia il cibo dallo stesso piatto come da tradizione, e si fanno tutte le transazioni con il contante passando il denaro da una mano all'altra dato che non ci sono meccanismi di trasferimento di denaro mobile.
Un lockdown parziale era stato istituito dal governo, per cui le chiese e altri luoghi pubblici avrebbero dovuto rimanere chiusi. La direttiva non è stata rispettata - tutte le chiese di Wau erano aperte la Domenica delle Palme prima che le misure restrittive terminassero.
La vita è del tutto normale nel mercato dove andiamo a comprare tutti gli alimenti. Anche quelle persone che hanno segni evidenti di Covid-19 sono libere di muoversi e interagire con gli altri perché non c'è nessuna auto-quarantena.
Le vite dei rifugiati a Maban colpite dalla pandemia
Maban accoglie centinaia di migliaia di rifugiati, che arrivano dai paesi vicini. Al momento ospita circa 175.000 rifugiati provenienti dal Sudan.
La crisi umanitaria a Maban è legata alla vita dei rifugiati e degli sfollati della zona. I campi profughi sono sovraffollati e rappresentano una ulteriore sfida sociale, culturale, economica e politica. A causa dei pochi alloggi, i rifugiati sopportano le condizioni atmosferiche avverse, come notti fredde all'aperto e temperature diurne molto calde. L'accesso al cibo e all'acqua pulita è ridotto. I campi sono in condizioni di scarsa igiene a causa del fatto che non ci sono infrastrutture che sostengono l'affollamento della popolazione. Le scarse condizioni igieniche provocano varie malattie come il colera, il tifo e la malaria. I rifugiati dipendono dalla generosità dei sistemi sanitari della comunità di accoglienza e dalle organizzazioni non governative. In alcuni casi, la presenza dei profughi causa tensioni e animosità tra loro e la comunità di accoglienza a causa di quella che appare come una competizione per le stesse risorse limitate.
In questo breve quadro generale che riguarda i rifugiati, si può immaginare correttamente la dura situazione che i profughi si trovano ad affrontare in questi tempi di Covid-19.È però sorprendente che tra i rifugiati di Maban, la pandemia non "sembra" esistere come malattia, ma si presenta come un fenomeno di portata globale in termini di restrizioni e interventi delle organizzazioni internazionali.In realtà, i profughi sono esposti ad altre minacce preoccupanti come la mancanza di cibo, l'alloggio, i servizi igienici, le minacce alla sicurezza, ecc. e quindi diventa difficile per la popolazione dei profughi convivere con l'idea del Covid-19 rispetto ad altre minacce più reali.E comunque questo non protegge la popolazione dei rifugiati dal virus.
I rifugiati si affidano a diverse organizzazioni per la distribuzione di cibo, i servizi sanitari, l'acqua, l'istruzione, il sostegno psicosociale, il tutoraggio, ecc. Di fronte alle restrizioni del Covid-19 e alle misure di controllo, tutte le associazioni hanno chiuso o hanno ridotto i loro programmi e questo ha influito sulla fornitura di servizi e sul sostegno ai rifugiati. La riduzione di tali apporti ai rifugiati da parte delle agenzie ha fatto sì che i profughi sentano maggiormente l'impatto del Covid-19. Le organizzazioni possono sostenere i rifugiati solo finché la situazione lo permette.Le organizzazioni possono sostenere i rifugiati solo finché la situazione lo permette.
Tra la popolazione dei rifugiati c'è anche una crescente crisi socio-economica.A causa delle risorse limitate dei paesi/comunità in cui vivono, i rifugiati non hanno la possibilità di ottenere la giusta priorità nelle diverse problematiche essenziali come il sostegno ai mezzi di sopravvivenza, l'assistenza sanitaria, le campagne di informazione sul Covid-19, i programmi di distribuzione dei vaccini, i meccanismi di coping e i programmi di istruzione. Poiché i rifugiati hanno poche o nessuna opportunità, la qualità della vita è compromessa e quindi rimangono in un circolo vizioso di povertà e sofferenza.
Il Covid-19 ha indebolito le strutture sociali esistenti tra la popolazione dei rifugiati attraverso le quali le varie organizzazioni raggiungono i rifugiati. La maggioranza dei programmi comunitari sono stati colpiti dalle misure di contenimento imposte dal Covid-19. È diventato quindi impossibile per le organizzazioni raggiungere le persone e fornire servizi attraverso le strutture delle comunità di rifugiati. Il monitoraggio degli spostamenti ha influenzato molto le attività psicosociali e il flusso di informazioni all'interno dei campi profughi stessi.
Le organizzazioni dei Gesuiti si adattano alla situazione
Nonostante ciò, la situazione non è del tutto sfavorevole. Mentre il mondo sta diventando più critico riguardo al virus Covid-19, sono venuti fuori interventi ragionevoli da parte di diverse organizzazioni di rifugiati per assicurare che i servizi vengano forniti più facilmente e in tempo utile ai rifugiati.
Per raggiungere le persone che partecipano ai programmi educativi e psicosociali, abbiamo pensato all'uso della tecnologia. In ogni caso, lo sviluppo tecnologico si trova di fronte a grandi sfide a causa della distanza del paese e dei problemi di accessibilità economica.
Siamo fortemente impegnati nel programma di advocacy. Per quanto riguarda il Covid-19, abbiamo espresso la nostra opinione a nome dei nostri fratelli e sorelle su questioni quali la protezione dagli effetti negativi, un processo non discriminatorio nella distribuzione dei vaccini (di altre malattie), la protezione dalla fame e la violenza di genere. In collaborazione con le persone di buona volontà, promuoviamo la solidarietà internazionale, un sentimento che unisce l'umanità mediante il riconoscimento che ci troviamo tutti di fronte al Covid-19 e che dobbiamo essere uniti e proteggere i deboli e i vulnerabili.
Nel Sudan meridionale e
in ogni luogo in cui i gesuiti lavorano presentano un contesto unico con alcune
minacce comuni tra cui la mancanza di cibo, l'analfabetismo, le inondazioni, la
siccità, e così via. Le persone che vivono qui sono costrette a occuparsi delle
loro battaglie quotidiane prima di affrontare la minaccia della pandemia.
Fonte: Irish Jesuits International





