Un ministero che ti cambia la vita
La mia vita da gesuita ha avuto un corso comune a quello di gran parte dei gesuiti che, qui in California, sono entrati nella Compagnia intorno alla metà degli anni '50 del secolo passato. I primi dieci anni della formazione hanno instillato in me la capacità di "vedere Dio in tutte le cose". Una prospettiva incentrata sulle interazioni immediate, personali in un contesto cattolico perlopiù omogeneo, vivendo in una comunità gesuita e insegnando e seguendo negli studi gli allievi di un liceo gesuita.
Se la vita nell'ambito gesuita è cambiata poco in quei dieci anni,
lo stesso non può dirsi per il resto del mondo: era, quello, un tempo di riforme e rivoluzioni, tanto nel Paese quanto nella Chiesa. Sulle prime pagine dei giornali campeggiavano titoli sul movimento per i diritti civili, sui moti di protesta contro la guerra, mentre dominava una nuova libertà di parola. Il Concilio Vaticano II, conclusosi nel 1965, aveva ben presto influenzato la nostra visione di come la Chiesa si sarebbe dovuta interfacciare con la società contemporanea. L'anno successivo, la Compagnia di Gesù concludeva la sua 31a Congregazione Generale, e in collaborazione con il mondo laico promulgava una dichiarazione sul tema dell'azione sociale. Il documento è stato motivo di riflessione per non pochi gesuiti, tra cui il sottoscritto.
Nel 1967 il Superiore Generale, P. PedroArrupe, scriveva una lettera intitolata "Race Relations in the U.S.", in cui incoraggiava i gesuiti a rispondere alla crisi interrazziale affermando che "i Gesuiti non possono, non devono disinteressarsi" del problema. Forte dell'impegno profuso dalla Provincia nel ministero sociale e stimolato dal Vaticano II e dalla nostra Congregazione Generale, ho colto l'occasione per approfondire un apostolato dei ministeri sociali.
Prima di iniziare il mio secondo anno di Teologia, nell'estate del 1967 sono andato a Chicago e mi sono iscritto all'Urban Training Center. L'UTC era stato istituito negli anni '60 del secolo scorso con l'intento di insegnare a clero e laicato come consapevolizzare e porre le rispettive chiese a contatto con le necessità stringenti dei quartieri più poveri. Ci sono state impartite lezioni di organizzazione comunitaria e siamo stati formati nella pratica sul campo. Quell'estate a Chicago ha rappresentato il primo passo nella mia trasformazione verso l'avventura che ha connotato la mia vita da allora.
Iniziato il secondo anno di Teologia, lo studio ha acquisito una nuova vitalità. Teologia non era più una materia astratta: aveva assunto una dimensione concreta, personale. La mia fede si era trasformata, e attraverso la teologia scoprivo come riflettere sulla mia esperienza estiva, come porre in azione i valori evangelici. Ho compreso sempre più a fondo il principio ignaziano della presenza di Dio nel nostro mondo e di come intervenga nelle nostre vite. Se davvero crediamo che Dio dimori tra noi, come possiamo permettere che divisioni fondate su basi razziali, etniche o religiose possano creare animosità, ingiustizie o violenze? Ho iniziato a capire che la mia vocazione di gesuita eraquella di una vita al servizio del prossimo, operando per la giustizia e il bene comune, concetto che trae linfa dal principio che vuole dignità, unità e uguaglianza per tutti.
Dopo l'ordinazione avvenuta nel 1969, sono andato nuovamente a Chicago per un'ulteriore formazione in organizzazione comunitaria. Nel 1972 sono ritornato alla provincia, e con l'aiuto di questa ho partecipato alla istituzione diFaith in Action (ex PICO), un network internazionale di organizzazioni comunitarie a sfondo religioso.
Il modello diFaith in Action (FIA) ti trasforma. Centrale è la totale fiducia nel suo potenziale di trasformazione di persone, istituzioni, della nostra cultura in senso lato.
Il modello organizzativo diFaith in Action è basato sulla fede. Molte sono le vie da percorrere per ottenere un mondo più giusto e attento ai valori, e una di queste è rappresentata da un'organizzazione che si fondi sui valori. Altre sono il servizio diretto, in cui le persone rispondono alle necessità più immediate del prossimo. C'è poi la via dell'advocacy, in cui si opera e si dà voce al prossimo, vittima di gravi ingiustizie e dei guasti in ambito sociale. La via di FIA che porta a costruire un mondo più giusto insegna alle persone di fede come sviluppare le proprie potenzialità per affrontare le cause prime dei problemi da risolvere.
AttualmenteFaith in Action è attivo in 23 stati, e collega oltre 3.000 congregazioni religiose a carattere locale in rappresentanza di 34 tra denominazioni e tradizioni. La nostra agenda organizzativa negli Stati Uniti affronta le problematiche più critiche del nostro tempo, tra cui quelle della equità economica, della violenza armata, della sanità pubblica, della giustizia migratoria, della carcerazione di massa e del diritto di voto. Sul piano internazionale, organizzazioni affiliate a FIA esistono in Africa Orientale, in Ruanda, in America Centrale e ad Haiti. Sono organizzazioni impegnate in questioni di vita o di morte, e che si battono per ottenere democrazia e riuscire a provvedere alle necessità basilari delle persone, come cibo e acqua, sicurezza, assistenza medico-sanitaria eoccupazione.
Quest'estate 2019,Faith in Action ha celebrato - e io con essa - il 41° anniversario della sua istituzione. FIA ha formato generazioni di leader e organizzatori con il fine di "liberare la forza delle persone" e organizzare comunità migliori. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù spiega a Nicodemo che lo Spirito ci consente di rinascere a vita nuova. Avendo contribuito alla nascita di FIA, è stata anche per me un'esperienza di "rinascita", una sorta di compleanno. FIA ha fatto sì che il mio sguardo si aprisse a una fede che riconosce la modalità in cui lo Spirito opera quando ci si organizza per far fronte alle sfide più dure che la società si trova ad affrontare.