Amore, odio e riconciliazione in Siria
Alla notizia della morte di padreFrans van delLugt SJ sono stata tentatadall’odio.
Riuscivo a figurarmi i suoi uccisori – vedevo i loro volti, le loro figure, il colore dei loro abiti, udivo il ripetersi delle espressioni di rito verosimilmente uscite dalle loro bocche mentre bussavano alla sua porta ad AlBustan, per poi sparargli. Sentivo quasi l’odore polveroso dei tappeti su cui avevano di certo dormito prima di uccidere un innocente. Perché mai un gruppo di ribelliislamici doveva uccidere aHoms un prete, un gesuita, un olandese che aveva scelto di trasferirsi in Siria cinquant’anni prima e rimanerci per il resto della vita? Eraarricato qui alle soglie della trentina e si era innamorato della Siria,
il bellissimo paese in cui io stessa sono nata 37 anni fa. Ho trascorso la maggior parte della mia vita a Roma, cresciuta in una famiglia mista, con una madre italiana e un padre siriano, facendo mio un mix culturale chetantosarebbe piaciuto a padreFrans.
Comprendevo fino in fondo come mai un uomo dotato di una tale profonda spiritualità avesse scelto di rimanere inunposto come quello. La Siria non era soltanto un sito archeologico ricco diantichità preziose e ben conservate: era un luogo magico, un paese in misura predominante musulmano, in cui riuscivano a convivere felicemente minoranze diverse tra loro: armeni, cristiani, drusi, e persino una minuscola comunità di lingua aramaica.
Le sue fotosi trovano sempre ancora in molte chiese, compreso in quella in cui sono stata rapita mentre intervistavo unsacerdote francescano,padre FrançoisMurad. Era il 3 aprile 2013, e ci trovavamo – io e altri tre giornalisti italiani – aGassanyeh, 50 chilometri a nord diHoms. La chiesa del monastero, dedicata a sanSimeonStylites, sorgeva in cima a una collina dalla natura lussureggiante nella regione più verde della Siria. Quel giornoil cielo eramolto nuvoloso eun vento freddosoffiava sulle immagini sacre profanate, una Vergine Maria decollata, un altare spaccato, un crocifisso strappatodal muro. Nella sacrestia era statoucciso un cane.
Jabhat alNusra, che nel 2013 aveva infierito sulla chiesa e, peggio ancora, aveva ucciso padre François, nell’aprile 2014 avevaammazzato anche padreFrans. Perché?Su questo interrogativo mi sono arrovellata per mesidopo aver saputo del suo assassinio.
Perché uccidevano sacerdoti,uominisaggi e inermi? Nell’apprendere della morte di padreFrans, non capivo se ero più arrabbiata o spaventata. Mi rendevo conto di quanto io stessa rischiassi la vita quando mi minacciava di morte il mio rapitore, l’uomo che aveva ordinato l’uccisione di padre François, che pretendeva di essere un autentico uomo di fede, un musulmano devoto. Eppure nel Coranonulla ordinadi uccidere sacerdoti, semmai si insegna il contrario.
PadreFrans era al corrente di quanto era successo a padre François,eppure durante la guerra civile aveva deciso di rimanere in una parte della città siriana diHoms sotto assedio. Mentre cadevano le bombe, la gente intorno moriva di fame. Lui era rimasto per prendersi cura della sua comunità. Aveva lanciato un appello alla comunità internazionale perché inviasse aiuti ai siriani. Aveva mandato i videomessaggi dalla sua cucina svuotata dopo mesi in cui aveva distribuito cibo alle famiglie diHoms. In molti lo avevano pregato di andarsene via, ma era rimasto.
Era convinto che condividere fatica e fame e muscoli dolenti facesse sentire le persone più unite, simili, in sintonia. Non contavano l’età, il genere, la religione, né l’essere in forze o disabili o vecchi. Per giornie giorni aveva percorso con i giovani lunghe distanze su terreni accidentati, esplorando confini materialmente o solo mentalmente. Avevano danzato, cantato, parlato e riflettuto. Migliaia di giovani – musulmani e cristiani – avevano condiviso queste esperienze. Ed è proprio per tutti questi motivi chesono stata tentata di lasciarmi prendere dall’odio, quando hanno ucciso padreFrans. Ma poi ho pensato a come lui aveva servito i siriani per cinquant’anni, e quindi cosa potevano fare ora i siriani per lui?
Innanzitutto, smetteredi odiare gli altri. Era questo il messaggio chehavoluto trasmettere con impegno fino all’ultimo respiro. E nonè un messaggio da poco, in un paese in guerra. Il conflitto sirianoè iniziato nel 2011 con moti di protesta da parte della società civile verso una dittatura al potere da oltre 40 anni. Ora, nel 2019, il conflitto si va concludendo, con il medesimo regime ancora al potere. Intanto i morti sono stati oltre 500.000 e tra questi padreFrans.Per mantenere viva la sua memoria,in Germania e neiPasesi Bassiragazzi hanno organizzato numeroseescursioni intitolate “Frans’hike”.
Quanto a me, nel 2018 ho scritto un romanzo,La ragazza diHoms. È la storia di una giovane donna cresciuta nell’antica città diHoms, dove ha imparato l’inglese in una scuola direttada un gesuita olandese: un uomo di pace, il cui ricordo l’accompagneràanche nei momenti più buidi una tragedia personale e nazionale che la vede coinvolta.