In Cambogia si stanno instaurando rapporti equanimi
Allo scadere del terzo anno di attività del Programma ecologico del Servizio dei Gesuiti in Cambogia, volgiamo lo sguardo all'indietro e ci chiediamo: "Di cosa possiamo rallegrarci nel valutare ciò che abbiamo realizzato da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme per l'ambiente, qui in Cambogia?"
Siamo partiti all'inizio del 2013, con due neodiplomati della Banteay Prieb, la nostra scuola di formazione professionale per studenti con disabilità. Sokhom e Chanthon erano due giovani che avevano appena terminato il corso di agricoltura: Sokhom (allora ventottenne) era un pescatore che aveva contratto la poliomielite da bambino;
Chanthon (allora ventitreenne), anche lui pescatore che aveva perso la gamba sinistra in un incidente di moto. Insieme abbiamo Impiantato un vivaio, e ambedue i giovani hanno imparato ben presto a coltivare piantine di essenze a legno duro. Un inizio modesto, senza pretese, eppure eravamo pieni di slancio, felici di fare nuove esperienze.
In Cambogia, la questione ambientale tratta in buona parte del problema della deforestazione. In effetti, in uno studio condotto quest'anno dal World Resources Institute, la Cambogia si situa – nel periodo 2001-2014 – al primo posto tra i paesi a maggior tasso di deforestazione, fenomeno perlopiù imputabile a un eccesso di concessioni terriere per tornaconto economico. La deforestazione rappresenta un problema gravissimo in Cambogia: qui infatti grossi magnati con importanti legami nel mondo della politica si appropriano indebitamente delle terre, e i giornalisti o gli attivisti che si oppongono allo scempio vanno incontro alla morte, come nel caso di Chut Vuthy.
Uno degli aspetti che i membri del nostro gruppo avevano identificato sin dall'inizio come più appaganti è il fatto che dal nostro lavoro si va inconsapevolmente sviluppando una cultura della condivisione, del rispetto e della fiducia, fondate su un frequente e libero scambio di idee, sull'ascolto del prossimo, sul rispetto delle altrui posizioni e sul discernimento comune delle opzioni in base al merito e non al proponente. In sintesi, un clima di accoglienza indiscriminata, non privo di un suo specifico valore, in particolare per un popolo presso il quale la libertà di espressione non è precisamente incoraggiata. "Quando si tratta di decidere su qualcosa di importante, si ascoltano tutte le opinioni, compresa la mia!" dice la nostra nuova leva, Bory (22 anni).
Siamo anche molto soddisfatti del nostro basso livello di emissioni di carbonio. La nostra sede è alimentata esclusivamente da energia solare prodotta dal nostro impianto fotovoltaico. Anche i cellulari si ricaricano con energia solare. Riutilizziamo la carta, che poi vendiamo ad aziende di riciclaggio. Quanto agli scarti alimentari, li trasformiamo in compost che utilizziamo come fertilizzante per le nostre piantine. Le emissioni di carbonio dell'automezzo che usiamo vengono neutralizzate dagli alberi che piantiamo. A ciascun membro viene consegnata una bottiglia riutilizzabile per l'acqua, cosicché non c'è bisogno di acquistare acqua confezionata in bottiglie di plastica monouso. A chi contravviene a questa regola, viene applicata una tassa sui rifiuti solidi. Sforzandoci di essere amministratori responsabili della creazione di Dio, troviamo giusto essere attenti al nostro stile di vita personale e fare quanto in nostro potere per lasciare sulla Terra un'impronta quanto più leggera possibile.
Una delle nostre attività che più amiamo è quella di organizzare presso scuole o comunità laboratori su varie tematiche ambientali. Chanda (22 anni) è la nostra insegnante di elezione quando ci rechiamo presso le scuole: proietta ai bambini diapositive e video, spiegando il valore del patrimonio forestale, i danni prodotti dai rifiuti, e così via. "Sono felice quando noto i bambini partecipi", dice, "quando vedono stupiti sullo schermo gli animali che poi riconoscono, e in qualche modo si rendono conto che le loro azioni influiscono su di essi". In effetti, gettiamo semi di conoscenza e consapevolezza nei cuori e nelle menti di questi bambini.
Forse, però, il lavoro più faticoso e al contempo di maggiore soddisfazione è quello che svolgiamo presso le comunità boschive. Mentre da un lato il livello di deforestazione definisce la portata e la natura del dramma in atto, con gli speculatori e i rappresentanti del governo che dominano la scena, dall'altro noi facciamo del nostro meglio per sostenere gli abitanti dei villaggi, in particolare le comunità indigene Kuy che abitano la foresta di Prey Lang, le cui voci e progettualità sono perlopiù ignorate. Uno dei modi in cui cerchiamo di essere di aiuto è collaborando con le varie comunità nell'opera di rimboschimento delle porzioni di foresta spogliate che ospitavano in sé una enorme biodiversità che le rendeva preziose per l'ecosistema dell'intera regione. Questo tipo di partecipazione ha il pregio di conferire un certo potere ai membri del nostro gruppo di lavoro, spiega Sokhom che ha contribuito a produrre oltre 20.000 piantine per il nostro vivaio: "Mi sento fiero perché ho avuto modo di dare il mio contributo alla società, di servire il mio paese". Il nostro gruppo è costituito da persone con disabilità, che ora non si vedono più tanto come beneficiari, quanto invece come persone capaci di servire i propri concittadini.
Quanto a me, sono felice di come si sono andate ponendo le basi di quest'opera, e per come siamo ormai in grado di allargare e approfondire i nostri rapporti con le varie comunità, come quelle di Prey Land e Stung Sen, che già danno il proprio contributo sul piano ambientale alla regione in senso più ampio. Le comunità sono per noi fonti di vita; e stare con loro ci fa rimanere nelle cosiddette periferie, ricordandoci la nostra missione. Siamo felici di accompagnare gli abitanti dei villaggi e le comunità indigene, di collaborare con loro perché avvenga un cambiamento in meglio, perché tutti noi si scopra il valore della solidarietà reciproca e con il Creato.