Dove vedi i semi della speranza
A volte vivi cose che ti fanno sentire profondamente grato ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, e al modo in cui, attraverso loro, Dio costruisce un mondo migliore.
La vita in Congo non è facile. Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) gestisce un progetto sanitario nella zona di Wanie-Rukula, nei pressi di Kisangani. Mi trovavo, di passaggio, a vedere come procedeva la costruzione dei centri sanitari, parlando con la squadra, intrattenendomi con la gente del luogo. La giornata stava finendo, già avevamo visitato i centri sanitari previsti e ci stavamo dirigendo verso casa. Non appena arrivammo ad un incrocio lungo la strada, la direttrice del progetto ci domandò se desiderassimo fare una deviazione per vedere un'ultima struttura, terminata da alcuni mesi, e già in funzione, al che rispondemmo entusiasti.
Al nostro arrivo tutto sembrava normale, visitammo gli uffici, salutammo il personale, fino a che, ad un certo momento, una delle infermiere si diresse verso la direttrice e le sussurrò qualcosa all'orecchio. Sembrava che fosse appena arrivato un bambino molto grave e che non sapessero cosa fare con lui. Il piccolo aveva la malaria in fase terminale. Quasi non poteva respirare, il suo cuoricino pulsava tachicardicamente ed era quasi in coma. Se fosse arrivato solo qualche ora prima al centro gli avrebbero somministrato le cure necessarie e si sarebbe ripreso senza problemi, ma vivevano lontano e si erano attardati per portarlo da un guaritore perché gli praticasse la magia che lo avrebbe fatto guarire.
L'unica soluzione in quel momento era una trasfusione, ma la banca del sangue più vicina si trovava presso l'ospedale di Kisangani, a circa 20 kilometri di distanza. Il viaggio di ritorno lo facemmo con la madre e il bambino, guardandoci gli uni con gli altri e con il cuore pieno d'angoscia, non sapendo se sarebbe arrivato vivo. In questi momenti, il tempo si fa eterno e la macchina procede terribilmente lenta. Arrivati all'ospedale ci dicono che il sistema di congelamento non funziona e che non hanno sangue. Maledizione: chiedemmo loro una sacca per le trasfusioni pensando che qualcuno di noi lo potesse donare. Ci dicono che non ci sono, che erano finite il giorno prima. La disperazione prende il sopravvento, pensando che in Europa una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere. Alla fine, qualcuno arriva con una sacca. E' di una paziente che non arrivò ad utilizzarla perché era deceduto nel corso di quella stessa mattinata. Un'altra volta speranza, ma ora è il medico che non ci lascia donare il sangue perché pretende di fare un'analisi al bambino per sapere quale sia il suo gruppo sanguigno. Nelle condizioni nelle quali si trova, o gli fanno immediatamente una trasfusione, o il bambino muore. Non c'è tempo per un'analisi. La direttrice del progetto dichiara di essere donatore universale e riesce a convincere il medico a lasciarle donare il sangue al bambino.
Era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile. I responsabili del progetto ci raccontano che vivono tutto questo ogni giorno. La mancanza di istruzione, la mancanza di mezzi, fanno sì che la vita e la morte danzino insieme un macabro ballo. La casualità? Il destino? Dio? Se non avessimo fatto quella deviazione con la macchina, se non fosse comparsa la sacca per le trasfusioni, se la nostra amica non fosse stata donatore universale… in seguito venimmo a sapere che il bambino si era ripreso e che era uscito dall'ospedale.
Essere all'interno del JRS non è un lavoro. Implica dare la salute, la vita e perfino il sangue se necessario, ma è lì che si vedono i semi della speranza ed è lì che si incontra gente capace di lasciarci la pelle, convinta fino all'ultimo del fatto che un altro mondo sia possibile e che il regno arrivi.
Alberto Martín, Entreculturas, Spagna