Testimonianza

dieci anni di impegno nel ministero pastorale dei gesuiti presso gli zingari

József Hofher SJ, Budapest, Ungheria József Hofher SJ, Budapest, Ungheria

Una favola ungherese racconta la storia dell’amicizia di un giovane magiaro, Dani, con uno zingaro suo coetaneo. Il padrino del giovane magiaro chiede ai genitori del ragazzo di spiegargli come mai permettano questa amicizia del figlio con lo zingaro “buono a nulla” Lajos.

La cosa fortunatamente non incide sul legame tra i due ragazzi. Ad un certo punto, Dani chiede a Nonna Krabi – la nonna di Lajos – perché gli ungheresi dicano che gli zingari sono dei “buoni a nulla”.

Nonna Krabi non risponde, ma gli dà un fischietto magico, chiedendogli di soffiarci dentro quando lo zio avesse detto di nuovo che gli zingari erano dei “buoni a nulla” – e così accade. La volta dopo, al materializzarsi del fischio, i muri cominciano a parlare: “Sapete che è stato il nonno di Lajos a farci con l’argilla?”; e così anche il forno, e i piatti, e i cucchiai, le forchette, i finimenti dei cavalli, la carta da parati, e via dicendo. L’ultimo a parlare è il pomodoro che sta sul tavolo: “...e noi siamo stati coltivati dalla mamma di Lajos”. Da allora nessuno nella famiglia di Dani ha più osato dire che gli zingari erano dei “buoni a nulla”.

Dopo dieci anni di impegno nel ministero pastorale dei gesuiti presso gli zingari, posso dire che, a mio vedere, questa storia esprime l’essenza e lo spirito del nostro lavoro. L’elemento più importante di questo servizio è che cerchiamo di costruire la loro autostima, di mettere in luce la dignità personale dell’essere umano. Per gli zingari, il fardello più pesante non è la povertà bensì il fatto che diventano cittadini di seconda, terza o quarta classe segnati dal marchio dell’ “inutilità”.

Il nostro servizio presso gli zingari è soprattutto quello dell’insegnamento e dell’educazione. Personalmente ritengo che nel mondo di oggi gli zingari possano affermarsi solo se le loro conoscenze hanno rilevanza per il mercato. Una pluridecennale politica inadeguata nei settori dell’istruzione e dell’economia ha fatto sì che oggi migliaia di ungheresi e di zingari non riescano ad accedere al mondo del lavoro a causa di competenze ormai obsolete.

È per questa ragione che facciamo del nostro meglio per combattere l’analfabetismo, sia esso totale o funzionale. Oggi, solo chi sa leggere e scrivere è in grado di vivere dignitosamente. La “Scuola dell’Amore” che abbiamo fondato è il nostro contributo a questa battaglia.

Riteniamo di estrema importanza entrare in contatto con gruppi intellettuali con l’intento di sostenerli affinché prendano in mano la leadership della loro gente. Siamo stati per anni in contatto con un gruppo di intellettuali zingari e, come frutto di questa collaborazione, più avanti nell’anno, si inaugurerà un College rom dei gesuiti dove gli studenti potranno non solo vivere e imparare le lingue, ma tutto ciò che significa condurre oggi un’esistenza dignitosa.

Spesso pensiamo che avere una vita decente sia un problema solo per gli zingari che vivono in estrema povertà, ma la discriminazione ha il medesimo impatto su ogni essere umano e su ciascuno zingaro. Si può essere uno zingaro istruito o un rom con molti diplomi, ma se nell’autobus il posto accanto resta vuoto a lungo – e accade spesso – le ferite che la cosa lascia sono profonde.

Un giovane zingaro mi ha raccontato di non aspettarsi dalla Chiesa innanzitutto un’assistenza sociale. A suo vedere, non è importante che la Chiesa sia in grado di fornire sostegno sociale, perché questo dovrebbe essere compito dello Stato e del suo Governo. Vorrebbe, tuttavia, che le parrocchie e i sacerdoti accogliessero gli zingari con amore e affetto, che essi fossero percepiti come ogni altro cristiano battezzato, con devozione e rispetto; e si aspetta che la Chiesa sia la voce di coloro che sono umiliati, feriti nella loro dignità umana, soprattutto là dove anche i politici zingari sembrano più prostituirsi ai partiti politici che rappresentare il loro popolo.

Noi cerchiamo di essere coerenti con la nostra missione e, come Dani, di rimanere vicini a Lajos, essere suoi fratelli, facendo sì che una vicinanza e un’accettazione amorose prevalgano sul rifiuto.

József Hofher SJ

Budapest, Ungheria

[email protected]

P.S. Per i rom ungheresi, utilizzare la parola “zingari” è cosa naturale: molti di loro addirittura respingono la denominazione “rom”. “Zingaro” non ha connotazione negativa, come invece accade in molti altri paesi europei. Prova ne è il fatto che in Ungheria non si parla di “musica rom” bensì di “musica zingara” o “musica tzigana ungherese”; e questa duplice identità è vista come segno di profondo rispetto di sé.

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
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