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Testimonianza

C’è comunque speranza

Anold Moyo SJ Anold Moyo SJ

Il desiderio di impegnarmi nella giustizia sociale è nato nel contesto socialmente stimolante in cui mi trovavo mentre studiavo filosofia all’Arrupe College di Harare, dove sono rimasto dal 2006 al 2010. In quegli anni lo Zimbabwe era collassato sia politicamente sia economicamente. Dal punto di vista politico, era sempre più radicata l’intolleranza del partito di governo nei confronti dei sostenitori di quelli di opposizione, e le violenze di matrice politica erano in aumento.

Economicamente, il paese viveva un’iperinflazione fuori controllo che ha segnato un nuovo record mondiale. 

Nei negozi scarseggiavano i beni di prima necessità, e quando c’erano i prezzi erano tali da impedire alla maggioranza povera di acquistarli, soprattutto perché con la chiusura di molte aziende e società in tanti avevano perso il lavoro.

La povertà era in aumento, anche se all’Arrupe College la situazione era un po’ diversa.

Eravamo colpiti come gli altri dalla situazione economica nazionale, tuttavia rimanevamo relativamente al riparo dalle sue durezze. Mentre noi avevamo accesso alla maggior parte delle cose di cui avevamo bisogno, molti altri restavano bloccati nella povertà.

Mi sono ritrovato a vivere questi due mondi diversi. Una situazione che mi ha fatto provare una sorta di dissonanza interiore in cui la vita che vivevo insieme agli altri non sembrava rispecchiare il contesto sociale in cui ci trovavamo. Ho cominciato a sentire forte il desiderio di offrire la mia risposta personale alla situazione sociale del paese. Eppure per tanti motivi non riuscivo a realizzarlo. È stato allora che ho pensato che forse la cosa migliore che potessi fare in quel momento era acquisire le competenze intellettuali necessarie per capire la situazione sociale in modo più critico e sistematico. Nello stesso periodo, ho cominciato a pensare che la risposta che tanto desideravo offrire avrebbe potuto realizzarsi nel terz’anno sotto forma di advocacy e attività di sviluppo nel settore della giustizia sociale. Ho cercato quindi di modellare la mia esperienza accademica in modo da prepararmi per quello che pensavo sarebbe potuta essere la mia vocazione nella Compagnia e, più nell’immediato, quello che speravo sarebbe stato il mio apostolato per il terz’anno.

Ho cominciato il terz’anno nel luglio del 2010 e lavoravo al Jesuit Centre for Theological Reflection (JCTR), un’organizzazione della Provincia Zambia-Malawi che si occupa di ricerca, istruzione, advocacy e consulenza su tematiche di giustizia economica, sociale e politica. La Congregazione Generale 32ma ha definito la nostra missione oggi come diaconia della fede e promozione della giustizia, concetto riaffermato dalle congregazioni generali successive. Il terz’anno al JCTR mi ha offerto l’opportunità di partecipare in modo più diretto a questa missione di promozione della giustizia sociale.

Attualmente continuo a contribuire a quella missione come direttore della Silveira House, Jesuit Social Justice and Development Centre ad Harare. Silveira House è stata istituita nel 1964 per promuovere la giustizia sociale attraverso programmi e attività che incentivino sviluppo comunitario, peacebuilding, disposizioni legislative volte a incoraggiare lo sviluppo a livello locale e nazionale, e programmi di formazione tecnica, professionale e imprenditoriale che offrano a giovani di entrambi i sessi la possibilità di trovare lavoro e fonti durature di sussistenza.

Perché nel mondo c’è cibo a sufficienza per tutti ma sono in tanti ad avere fame? Perché abbiamo tante risorse ma tanti vivono in grande povertà? Perché c’è tanto lavoro da fare, ma ci sono poche opportunità lavorative? Perché i leader politici non si lasciano ispirare dalla povertà che vedono intorno a loro? Come poterli spingere ad avere interessi più ampi di quelli ristretti di cui si occupano? Sono solo alcune delle tante domande che mi pongo. Sono semplici, è vero, ma di importanza fondamentale per il lavoro che svolgo. Nell’ultimo anno e mezzo, a Silveira House ho cercato con il mio lavoro di rimediare per quanto mi è possibile alle ineguaglianze che pervadono questo paese.

La sfiducia prende il sopravvento a causa della lentezza con cui procede il cambiamento. È scoraggiante avere a che fare con leader politici intransigenti che hanno il potere di cambiare alcune politiche e aiutare a migliorare la vita delle persone eppure non hanno la volontà di farlo. A volte metto in discussione l’impatto reale del nostro lavoro e di quello di organizzazioni simili, soprattutto se si pensa all’impegno di tutte le persone che sono coinvolte e i milioni di dollari spesi ogni anno per lo sviluppo. Venire a stretto contatto con il potere politico, quello che potrebbe realizzare il cambiamento necessario ma oppone resistenza a dispetto della sofferenza umana, incide sulla vita interiore di una persona e riconfigura alcune certezze di fede, come a volte succede a me. Ma la speranza trionfa sempre sulle delusioni del presente. Le piccole vittorie conseguite dai nostri progetti accendono una scintilla di speranza, come quando le famiglie riescono a mandare i figli a scuola, comprare le medicine e riparare le loro semplici abitazioni grazie ai progetti di generazione di reddito che abbiamo contribuito ad avviare. Sono queste le cose che mi aiutano a vedere il valore del nostro lavoro e mi danno la forza di andare avanti.

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
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Il SJES è un'istituzione gesuita che aiuta la Compagnia di Gesù a sviluppare la missione apostolica, attraverso la sua dimensione di promozione della giustizia e della riconciliazione con il creato.