Un percorso con i poveri e gli emarginati
Lavorare per e con i poveri ed
emarginati porta con sé tanti doni, anche se tra difficoltà e momenti di
sconforto e desolazione. Impariamo l'uno dall'altro e ci sosteniamo
vicendevolmente preservando così la nostra dignità. Attraverso la preghiera e
la dedizione troviamo sostegno nel Dio di amore che ci guida lungo il cammino.
La
consolazione del lavorare con i rifugiati poveri e dimenticati è tutta nel
condividere la loro gioia quando finalmente vengono accettati, dovunque sia.
Lavorare per 9 anni con il JRS mi ha insegnato molte cose.
Ho imparato come gestiscono le difficoltà della vita. Pur potendo contare solo in misura assai limitata su un’esistenza dignitosa, continuano sempre ancora a sperare in una vita migliore per il futuro. Vivendo in un paese di transito come l’Indonesia, che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati, non possono accedere al mondo del lavoro, all’istruzione, ai servizi sociali e ad altri servizi pubblici forniti dal governo. Non posso spostarsi liberamente nel paese, perché sono costantemente monitorati dal personale di sicurezza. Posso solo immaginare quanto stressanti siano le loro esistenze senza libertà e un futuro chiaro davanti a sé. Questa situazione è anche esacerbata dal fatto che la maggior parte di loro lascia i propri familiari (mogli e figli) nel paese di origine. Assistere i rifugiati e i richiedenti asilo mi insegnato la resilienza, a confidare in Dio e ad avere speranza anche quando nelle situazioni più disperate.
Molti pensano che i rifugiati e i richiedenti asilo siano “migranti illegali”, a volte stigmatizzati come persone pericolose, terroristi. C'è chi nei paesi di transito sostiene che il governo, la società civile e le varie comunità dovrebbero occuparsi più dei propri poveri che dei problemi dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Afferma, non senza ragione, che ci sono ancora troppi poveri nei propri paesi che hanno enorme bisogno di aiuto, quindi perché occuparsi degli stranieri.
Ho imparato molto dal JRS e dal suo team, che mi hanno aiutato e sostenuto. Il JRS è stata la mia scuola nella mia formazione come gesuita. E nel JRS ho trovato una vera missione gesuita presso le persone più povere e dimenticate.
La vita gesuita è incentrata sulla missione, sull’essere inviati. Sarebbe alquanto strano se un gesuita non fosse disponibile a spostarsi. Nel JRS ho trovato questa disponibilità. Anche il personale laico esprimeva liberamente lo spirito della nostra missione, pronto e risoluto ad andare da un luogo all’altro a seconda delle necessità delle persone che serviamo. La missione gesuita è quella di “servire la fede, promuovere la giustizia e dialogare con la cultura e le altre religioni, alla luce del mandato apostolico di stabilire relazioni di giustizia con Dio, tra di noi e con la creazione” (CG35ma, D.3, n.12). Il JRS è in prima linea in questa missione.
Oltre al lavoro per il JRS Indonesia, sono grato di avere avuto l’opportunità di lavorare per la Caritas Indonesia (KARINA) per quasi 5 anni e mezzo (dal 2012 al 2017) come direttore esecutivo della Conferenza episcopale indonesiana. È stato un altro percorso che mi ha consentito di fare ulteriori esperienze, tra cui due sono state le più importanti. La prima, è stata quella di come vivere lo spirito del “sentire cum ecclesia”, sentire con la Chiesa e amare la Chiesa. La seconda, invece, di come gestire l’organizzazione della Caritas come una confederazione.
In quanto organizzazione umanitaria della Chiesa, la Caritas Indonesia ha il compito di aiutare le persone costrette a far fronte a tragedie dovute a disastri naturali o provocati dall’uomo, senza distinzioni di fede religiosa, razza, affiliazione politica e altre differenze. Compito della Caritas nazionale è di coordinare, facilitare e animare le diocesi e altre organizzazioni sorelle che dipendono dalla Chiesa e rispondono a situazioni di calamità. La cultura organizzativa della Caritas è diversa da quella del JRS. La struttura organizzativa della Caritas è meno gerarchica di quella del JRS. La Caritas diocesana, la Caritas nazionale e la Caritas Internationalis sono entità indipendenti, che però lavorano in stretta collaborazione. Lo spirito di sussidiarietàviene attuato nel gestire questa confederazione. Nella pratica non è sempre facile lavorare con diverse reti Caritas che hanno capacità e culture organizzative differenti.
Dopo aver lavorato nei servizi sociali
per 15 anni, mi è stata offerta l’opportunità di prendermi un anno sabbatico.
Ho trascorso questo periodo frequentando un master in gestione dello sviluppo a
Manila, nelle Filippine, che mi ha fornito gli strumenti professionali per
agevolarmi nel lavoro. Sono consapevole di avere ancora molte cose da imparare
per consolidare il mio impegno nei servizi sociali e per lo sviluppo, e che la
formazione è un processo continuo che non ha mai fine.
In conclusione, grazie alle esperienze maturate e ai frutti delle mie personali riflessioni e preghiere, mi sono reso conto che Dio mi ha benedetto con i doni della compassione e della dedizione nel procedere a fianco dei poveri e degli emarginati. Dio mi guida sempre nella direzione da prendere in questo cammino. Anche quando a volte mi sento perso, scopro poi di essere sulla giusta via. Questo vale anche ora che mi avvio in questo nuovo incarico di coordinatore dei ministeri sociali per conto della Conferenza gesuita dell'Asia del Pacifico (JCAP). C'è consolazione nel mio cuore, ma anche preoccupazione e speranza. Pervaso da un senso di resa, sono portato a pregare con Sant’Ignazio:
“Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia; questo mi basta”.