Advocacy degli azionisti o cooptazione
Nel 2016, mi sono ritrovato a essere eletto capo delegazione in due viaggi di lavoro all’estero per conto di un colosso governativo con interessi in diversi settori commerciali. Ciò è avvenuto dopo la mia nomina nel Consiglio di Amministrazione della stessa società.
Guidare una delegazione aziendale nella conduzione di un’attività di due diligence finalizzata a investire in un progetto commerciale potrebbe sembrare un controsenso, considerata la mia preparazione e la mia formazione come attivista anti-capitalista.
Dopo tutto, per una persona preparata e formata a stare dalla parte dei poveri nelle dinamiche commerciali, tutto ciò potrebbe essere visto come un tradire quelle stesse persone con le quali, e per le quali, si afferma di lavorare. L’opzione per i poveri è uno degli aspetti più importanti della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, e invita chiunque sia interessato alla promozione della giustizia sociale ad adottare una posizione che rappresenti i poveri. L’essere coinvolti nella ricerca di opportunità commerciali potrebbe sembrare, a prima vista, non essere un’opzione per i poveri.
Pertanto cosa fare di un prete cattolico che guida una delegazione aziendale per conto di una società privata nella conduzione di un’attività di due diligence finalizzata alla ricerca di una potenziale opportunità di investimento? La partecipazione ad attività commerciali è contraria ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica? Potrebbe essere vista come un allinearsi a quegli stessi poteri e a quelle stesse forze che consentono il perpetuarsi dell’ingiustizia e dell’impoverimento? Potrebbe essere che questo prete sia stato cooptato dal sistema al fine di metterlo a tecere? Prima di rispondere a queste domande lasciatemi, anzitutto, fornire una breve panoramica del lavoro che ho svolto finora.
Preparazione e formazione contro anti-neo-liberismo
Quando ero in noviziato, espressi al mio provinciale di allora il desiderio di essere coinvolto nel lavoro di promozione della giustizia sociale. Il mio provinciale si disse d’accordo con me, e mi consigliò di iniziare a prepararmi in anticipo per questo tipo di lavoro. Tutto ciò comportava, nella fase iniziale, la scelta di alcuni corsi di filosofia e di teologia che potessero aiutarmi a prepararmi in modo adeguato per questa missione. Durante l’anno pastorale, venni assegnato a un centro sociale, nel quadro del processo di formazione volto a raggiungere lo stesso obiettivo di preparazione al lavoro nel campo della giustizia sociale. Subito dopo la mia ordinazione, decisi di proseguire gli studi post-laurea in Sociologia dello Sviluppo presso un’università nota per la sua ‘opposizione’ al neoliberismo.
In tutte queste fasi della mia preparazione professionale e della mia formazione come gesuita ho adottato una posizione anti-neoliberale come punto di partenza per quanto riguarda il mio inserimento nel mondo della promozione della giustizia sociale. Le politiche economiche neo-liberali promuovono una sostanziale riduzione del coinvolgimento del governo nelle attività economiche, al fine di portare le forze del mercato a guidare una determinata economia. Tutto ciò, in genere, comporta la deregolamentazione dei mercati, la liberalizzazione dei prezzi, la privatizzazione di aziende statali, e l’adozione di politiche analoghe che consentono alle imprese di prosperare.
A quel tempo era piuttosto comune per i gesuiti, in diversi parti del mondo, scagliarsi contro la globalizzazione, e partecipare a incontri e seminari volti a denunciare la globalizzazione. Parte della motivazione era ascrivibile all’impatto negativo delle politiche economiche neo-liberali sostenute dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, e dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (il c.d. Washington Consensus). In molte parti del mondo, dove sono state implementate queste politiche, cittadini comuni hanno sperimentato la perdita del lavoro, e difficoltà ad accedere a beni e servizi fondamentali che dovrebbero consentire loro di condurre una vita dignitosa.
Ho preso parte a incontri come il World Social Forum un paio di volte, per identificarmi e aggiungere la mia voce alle forze anti-capitaliste. Pertanto, per formazione, e per lavoro, sono un attivista anti-neoliberale. Da quando sono tornato nel mio paese, lo Zambia, ho lavorato presso il nostro centro sociale, il Jesuit Centre for Theological Reflection (JCTR), il cui compito è quello di operare per il miglioramento degli standard di vita della popolazione dello Zambia, sostenendo le politiche governative che consentono alla popolazione di uscire dalla povertà, e opponendosi a quelle politiche che mantengono la popolazione in condizioni di povertà. Alla luce di ciò, si presume che le politiche economiche neoliberali perpetuano la sofferenza umana, e mantengono la popolazione in condizioni di povertà, perchè la loro motivazione è la massimizzazione dei profitti. Pertanto, come mai mi sono ritrovato a ‘promuovere’ quella stessa agenda contro la quale la mia formazione dovrebbe portarmi a oppormi? La risposta non è così semplice. Di seguito fornisco alcune motivazioni alla base del mio coinvolgimento in quella che potrebbe sembrare un’agenda neoliberale.
Seminario sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica
In un recente seminario sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, tenutosi a Nairobi, in Kenya, uno dei relatori ci ha ricordato che il mercato – quel grande simbolo di neoliberismo – è un buon servitore ma un cattivo padrone. Ciò significa che il neoliberismo non è del tutto un male, o un qualcosa di cattivo, ma che vi sono degli elementi validi all’interno di quel sistema che possono essere salvati e sfruttati al meglio per creare ricchezza, e distribuirla in modo equo. Inoltre, ci è stato ricordato che quando Adam Smith presenta la sua visione di capitalismo parte dal presupposto secondo cui, in un sistema economico liberale, l’individualismo metodologico opererebbe all’interno di un sistema morale che controllerebbe gli eccessi associati a una ricerca del profitto. Un sistema etico e morale di questo tipo implicava una certa considerazione per il bene comune, e per ciò che, oggi, descriveremmo come un’opzione preferenziale per i poveri. Tuttavia, nel corso del tempo, le considerazioni normative e morali sono state rimosse dalle attività economiche, e relegate all’ambito religioso. È importante, perciò, stabilire alcune linee guida normative nella condotta di attori economici intenzionati a massimizzare il profitto, così da garantire che la ricchezza prodotta dai loro sforzi sia, in ultima analisi, distribuita equamente, a beneficio di una fetta più ampia della società. Inoltre, come ci è stato spesso ricordato, lo Stato ha un ruolo chiave da giocare nella promozione del bene comune e, oltre a fornire un ambiente favorevole per le imprese, dovrebbe far sì che i benefici di agenti economici razionali che agiscono perinteresse egoistico maturino a favore di tutti. Quanto detto mi porta ora a cercare di rispondere alle domande poste all’inizio di quest’articolo.
Advocacy degli azionisti
Diversi anni fa, quando ho iniziato a lavorare presso il Jesuit Centre for Theological Reflection (JCTR), ho frequentato un workshop sull’advocacy. L’Advocacy rappresenta una funzione importante della missione del ‘servizio della fede di cui la promozione della giustizia costituisce un’esigenza assoluta’ (CG 32 decreto 4). Al centro dell’dvocacy vi è il desiderio di trasformare ‘condizioni meno umane… in condizioni più umane’. Molte volte la comprensione dell’advocacy si limita a campagne di sensibilizzazione, presentazione di petizioni, divulgazione di materiali di informazione, educazione e comunicazione (IEC), come brochure, opuscoli, ecc. Tra le altre forme di advocacy spesso utilizzate da gruppi di advocacy vi sono il dialogo, l’attività di lobbying, e in alcuni casi estremi il contenzioso.
Il facilitatore del workshop ha individuato una serie di modi attraverso i quali può essere effettuata un’attività di advocacy. Molti di noi hanno una certa familiarità con i metodi di advocacy summenzionati, che vengono comunemente utilizzati da molti gruppi di advocacy in tutto il mondo.
Nel corso degli anni, il Jesuit Centre for Theological Reflection (JCTR) e molte altre organizzazioni della società civile presenti in Zambia hanno impiegato i metodi sopra illustrati con diversi gradi di successo. Ho preso parte a molte di queste campagne di advocacy.
Altre forme di advocacy contemplano il dialogo con le parti che hanno il potere di portare avanti il cambiamento. Al suddetto workshop, cui hanno partecipato diversi gesuiti provenienti da Africa, Asia Meridionale e Asia Pacifico, eravamo tutti d’accordo sul fatto che avremmo dovuto esplorare la possibilità di impegnarci in alcune realtà aziendali, al fine di influenzarne le decisioni a favore di gruppi vulnerabili ed emarginati. Ci siamo tutti impegnati a interfacciarci con potenti attori, portatori di interessi,per conto della popolazione.
Questa forma di advocacy non è così comune ma è del tutto legittima e può essere efficace. Talvolta si sostanzia nell’acquisto di un numero di azioni di un’azienda privata sufficiente a consentirne la partecipazione alle annuali assemblee societarie. Ho sentito dire che questo tipo di advocacy è già stato praticato dai gesuiti in alcune parti del mondo. Potrebbe addirittura portare ad avere un posto nel Consiglio di Amministrazione di detto gruppo. Tutto ciò con l’obiettivo precipuo di influenzarne le decisioni aziendali a favore della giustizia sociale e dell’equità.
È tenendo presente quanto detto finora che ho accettato di sedermi nel Consiglio di Amministrazione di uno dei mezzi potenzialmente validi che potrebbero contribuire a ridurre la povertà in Zambia. Credo di avere la possibilità di influenzare le decisioni aziendali per far sì che si tenga conto di questioni normative e morali. Ho scoperto che nella mia interazione con imprenditori di successo che siedono nello stesso consiglio posso aiutarli a includere questioni di giustizia sociale e di equità nelle operazioni commerciali. In effetti, uno dei membri del Consiglio di Amministrazione è un buon cattolico, e spesso ci troviamo a parlare della nostra fede, e di come possiamo utilizzarla per influenzare il lavoro di questo organismo. Spero di poterlo aiutare ad apprezzare il ruolo della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica nel plasmare la propria posizione e la propria prospettiva sulle pratiche commerciali.
Chiaramente, è troppo presto per dire se i miei sforzi produrrano i risultati desiderati. Quanto meno, in Zambia abbiamo l’opportunità di sederci con i responsabili delle nostre industrie, e di aiutarli a mostrarsi sensibili verso i bisogni dei loro fratelli e delle loro sorelle meno fortunati. Spero che possiamo davvero plasmare il nostro ‘mercato’ perché sia uno strumento di “promozione della giustizia” in Zambia, in modo tale che tutti possiamo godere della ricchezza del nostro paese che ci è stato lasciato in eredità dal Signore, nostro Creatore, nelle cui intenzioni tutti i beni terreni devono avere una destinazione universale.