I rifugiati hanno molto da insegnarci
Sono un giornalista professionista, ma anziché trascorrere il mio tempo nella redazione di un giornale o di una televisione, le mie giornate trascorrono così: preparo sacchetti con frutta e verdura, consegno medicinali, aiuto i bambini a fare i compiti. In altre parole, cerco di rispondere a tutte le esigenze quotidiane delle quindici famiglie di rifugiati politici e richiedenti asilo che vivono nel Centro “Padre Arrupe”, una struttura di accoglienza del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) a Roma.
Da almeno due anni sognavo di fare un lavoro che mi permettesse di essere a contatto diretto con delle “umanità”, da almeno due anni desideravo trascorrere la gran parte delle mie giornate facendo qualcosa che fosse inerente alla fede, che fosse una rappresentazione concreta nella vita quotidiana del messaggio di Gesù Cristo, che invece parla al cuore.
Il fine ultimo del Centro Arrupe, così come
quello del JRS a livello internazionale, è quello di accompagnare i rifugiati attraverso
un percorso che li renda autonomi.
Vederli uscire dai centri di accoglienza con un lavoro, una casa e la possibilità di “rifarsi” una vita dopo un passato di violenze e persecuzioni nel loro Paese di origine è il sogno di tutti coloro che lavorano in queste realtà. Certo, in una città come Roma non è semplice: il lavoro scarseggia, gli affitti sono alti e in generale mi sento di poter affermare che l’essere rifugiato in Italia è in un certo qual modo più difficile che esserlo in altri Paesi, come la Germania, il Regno Unito o gli Stati scandinavi, i cui governi, ahinoi, riescono ad assistere meglio e più efficacemente queste persone. Dunque, molto spesso, il mio lavoro è quello dei miei colleghi consiste nel condividere le frustrazioni e la sofferenza dei “nostri” rifugiati i quali, dopo il calvario della fuga dalla propria terra, si trovano a percorrere il sentiero tortuoso della ricerca di un impiego in Italia.
Eppure, nonostante le difficoltà, il rapporto umano che si crea, giorno dopo giorno, con i rifugiati è a dir poco speciale. È un rapporto che si nutre di piccoli gesti, di sorrisi, di una parola di conforto in un momento di sofferenza. Per non parlare della enorme gioia che si scatena quando un padre di famiglia riesce finalmente a strappare un contratto di lavoro.
Da quando faccio questo mestiere sto imparando tantissimo e ritorno a casa ogni sera con una nuova lezione appresa e maggiore consapevolezza. Già, perché questa gente ha tanto da insegnarti.
Una delle famiglie del centro che più mi ha colpito viene dal Kosovo. È composta da padre, madre e figlioletto di un anno. Sono fuggiti dal Paese balcanico perché la famiglia di lei, musulmana, non accettava il matrimonio con un cattolico e ha minacciato i due amanti di ammazzare il bimbo non appena fosse nato. I due, per amore, sono scappati e in Italia hanno potuto mettere alla luce quel bellissimo bimbo di cui oggi sono genitori. Non sono ancora in grado di permettersi di pagare un affitto. Eppure sono felici. Il peggio è passato, le nuvole sono ormai all’orizzonte e davanti a loro vedono solo il sole.
Storie come queste mi aiutano quotidianamente a comprendere che molto spesso i nostri problemi sono minimi e non meritano tutta l’attenzione che invece concediamo loro.
Probabilmente, un giorno, mi piacerebbe tornare a lavorare nella comunicazione, possibilmente di una organizzazione umanitaria. Ma lo farò con una visione della vita più ampia. E non dimenticherò mai i volti e gli occhi dei “miei” rifugiati, nei quali posso scorgere chiaramente il volto di Gesù, l’Umile tra gli umili, che così accompagna le mie giornate di lavoro molto più di quanto mi sarebbe accaduto se avessi continuato a trascorrere le mie giornate nella fredda redazione di un giornale.
Danilo Giannese Centro Arrupe Rome, Italy
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