Il coraggio di parlare e predicare la giustizia e di condannare l’ingiustizia, la violenza politica e l’intolleranza
In quest’ultimo anno mi sono dedicato allo studio, ma vorrei tornare indietro di due anni, al 2008, e riflettere sulle mie esperienze in quel periodo di follia politica nello Zimbabwe quando lavoravo alla Silveira House (SH), il principale centro di apostolato sociale dei gesuiti nel paese. Al tempo ero sia vicedirettore del centro, sia coordinatore del dipartimento di Peace Building e viceparroco presso la parrocchia della Chishawasha Mission.
Il 29 marzo del 2008, nel paese si sono tenute elezioni concordi, ragionevolmente pacifiche. Il partito di opposizione ha battuto la maggioranza, ma la commissione elettorale ha dichiarato che il leader dell’opposizione non era riuscito a raccogliere la maggioranza fissata di comune accordo del “50% più 1 voto”. Alcuni “leoni feriti” (del partito sconfitto) hanno cominciato a mobilitare i propri sostenitori con il compito di punire cittadini innocenti il cui torto era stato quello di “votare per il partito sbagliato”.
Sono stati istituiti campi e blocchi stradali al fine di intimidire le persone e far sì che al ballottaggio votassero per Mugabe e non per il leader del partito di opposizione. Quelli da aprile a giugno sono stati mesi macchiati del sangue di cittadini innocenti malmenati e alcuni addirittura uccisi. In quel periodo, il direttore del centro si trovava nel Regno Unito per il suo soggiorno annuale di tre mesi, ed è stato così che mi sono ritrovato a svolgere le sue mansioni.
Al contempo, avevo appena dato inizio a un nuovo progetto che prevedeva la collaborazione con la polizia della Repubblica dello Zimbabwe, e per di più ero sacerdote da solo nove mesi – un novellino! Molte persone sono morte nell’anonimato e la cui fine è oscura; altri sono scomparsi per poi ricomparire con le ossa spezzate; altri ancora hanno visto le loro proprietà andare distrutte. Queste sono alcune delle persone che ho incontrato mentre svolgevo il mio lavoro nel 2008. Ho fatto visita a vittime ricoverate in cliniche private segrete e ascoltato i racconti delle loro spaventose esperienze. Ho avuto anche occasione di parlare con degli agitatori politici dalle voci roche di rabbia. Nonostante andassi in giro soprattutto da solo, di tanto in tanto mi muovevo con un collega della SH.
Nel maggio del 2008, la SH ha accolto in via temporanea circa 88 sfollati vittime di violenza politica (50 donne e 38 bambini). Avendo dato rifugio a quelli che loro consideravano nemici, siamo inevitabilmente diventati a nostra volta nemici degli agitatori politici. Ad un certo punto, i loro leader hanno inviato un gruppo di giovani per convocarmi (in quanto direttore pro tempore della SH) a un raduno durante il quale sarei stato punito per aver dato alloggio alle vittime e mobilitato le persone contro il “partito”. Non avendo intenzione di morire giovane, non ci sono andato!
Ogni volta che ripenso alle esperienze fatte, vedo la mano di Dio operare nella mia vita. Dove avrei potuto altrimenti trovare il coraggio - che pure ho trovato – di fare visita alle vittime della violenza politica ricoverate nelle cliniche private e negli ospedali, e di guardare diritto negli occhi agitatori politici e facinorosi? Alcuni sacerdoti e collaboratori laici mi hanno chiamato persino nel cuore della notte per avvertirmi di attacchi organizzati da queste persone. Non avevo poteri magici per affrontare casi come questi, potevo solo avvertire la polizia o andare a parlare direttamente con i facinorosi.
È doloroso ricordare ciò che ho vissuto, ma l’aspetto positivo è che ogni qualvolta mi capitava di vedere persone massacrate, cresceva in me il coraggio di parlare e predicare per la giustizia e condannare la violenza politica, l’intolleranza e l’ingiustizia. La morte non mi incuteva più paura! Le mie prediche si facevano più un grido per la pace e la giustizia che esortazione spirituali ai fedeli.
Quello che mi faceva andare avanti in situazioni così impegnative e spaventose erano le parole delle vittime: “Anche se ci picchiano e ci malmenano, voteremo sempre ancora per il candidato che vogliamo”. Queste parole di libertà e di coraggio riecheggiano tuttora nella mia mente, mentre mi chiedo di continuo come si possano guarire le ferite sociali e psicologiche di questa povera gente. Ancora oggi le mie preghiere e le mie riflessioni sono colme di interrogativi come questo, e di preoccupazione per la guarigione e la riconciliazione del popolo zimbabwano.
F. Gibson Munyoro SJ Zimbabwe [email protected]
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