Testimonianza

Resistere al fianco degli esuli

P. Andy Hamilton SJ P. Andy Hamilton SJ

Nel nido della giustizia sociale, sono come un cuculo che lascia il suo uovo e vola via. Il mio ministero è stato l'insegnamento della teologia, e ultimamente scrivo articoli per delle pubblicazioni gesuite e per il Jesuit Social Services.

Negli ultimi trent'anni, tuttavia, ho dedicato gran parte del mio tempo libero e dei miei pensieri alle persone che cercano protezione dalla persecuzione. Le tre estati trascorse nei campi profughi della Cambogia, al confine con la Tailandia, mi hanno segnato profondamente.

Sono partito convinto che le idee siano importanti, e che le buone idee possano risolvere i problemi delle persone. Una volta giunto sul posto, ho dovuto riconoscere che sono le persone a essere importanti, e che condividere le loro vite e tutti i loro problemi può generare delle buone idee.

I campi profughi erano posti tranquilli di giorno, e un vero e proprio inferno di notte. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente non è stato tanto la miseria in cui si trovavano a vivere i rifugiati, quanto la loro resistenza. I giovani infermieri, con i loro camici bianchi e i loro pantaloni sgualciti, che lavoravano su pavimenti sporchi di sangue; l'uomo che dopo un pasto frugale a base di riso raccoglieva le briciole e le gettava fuori dalla capanna; la madre di sei bambini che riuniva giovani donne per formarle come lavoratrici sociali: tutte queste persone parlavano di coraggio e di speranza. Mi sono recato nei campi profughi per portare la mia saggezza. Ho ricevuto molto di più di quanto abbia dato, sia dai rifugiati, sia dai giovani volontari che prestavano servizio nei campi.

Attraverso i rifugiati ho riscoperto il valore della costanza. Tante persone, tra le quali io stesso, entravano e uscivano dalle loro vite, mentre loro erano costretti a vivere per molti anni all'interno dei campi. Quando sono ritornato in Australia volevo essere costante. Da quel momento ho avuto il privilegio di essere il cappellano della comunità cattolica cambogiana e di quella laotiana, e ho avuto, inoltre, modo di riflettere, nei miei scritti, sulle tematiche che riguardano i rifugiati. Da loro ho appreso il senso dell'ospitalità, e mi sono sempre rallegrato quando nuovi arrivati facevano amicizia all'interno della comunità gesuita, e della più ampia comunità australiana.

Sono ancora cappellano, anche se a tempo parziale, in un centro di detenzione per immigrati, dove sono trattenuti molti richiedenti asilo. Trovo che questo sia un lavoro privilegiato, ma estremamente complesso, e in più di un'occasione ho dovuto riconoscere la mia incompetenza su diversi fronti. Faccio fatica a trovare le parole giuste, a tacere nel momento opportuno, e a trovare il nome giusto. Le persone arrivano piene di vitalità e di energia, dopo aver preso la decisione più importante della loro vita, e dopo aver affrontato il viaggio più pericolo che abbiano mai intrapreso. Dopo sei mesi, i loro occhi sono come velati, e rimangono svegli tutta la notte, nel tentativo di allontanare la paura, la vergogna, per non aver potuto aiutare le loro famiglie, e i loro ricordi traumatici.

A un livello più profondo, trovo che questo lavoro sia difficile perché sono lì, sia come rappresentante della chiesa, per accoglierli, sia come rappresentante del popolo australiano, che li rinchiude in campi profughi e vuole rimandarli via. Una volta, ho lavorato insieme a un amico che era il cappellano dei protestanti. Non eravamo soliti battezzare le persone detenute, perché, in quella condizione, non erano in grado di prendere una decisione libera. Ma abbiamo fatto un'eccezione per un uomo iraniano che stava per essere rimpatriato, ed era certo che sarebbe stato torturato, o ucciso, per essersi convertito al cristianesimo. Il mio conflitto interiore si ritrova nei versi di una poesia sul battesimo.

Chiamato per darti la vita attraverso l'acqua,

Io, sacerdote e carceriere, ti rimando sull'acqua.

Nei miei scritti e nei miei discorsi sui rifugiati ho cercato di mostrare alle persone la realtà umana della vita dei rifugiati, e di muoverli a compassione. Devo ammettere il mio fallimento. Sebbene singoli individui possano commuoversi di fronte ai volti e alle esperienze vissute da coloro che sono in cerca di asilo, l'atteggiamento dell'opinione pubblica nei loro confronti è diventato più ostile, rispetto a quando ho iniziato a scrivere su di loro per la prima volta.

L'Australia si trova, oggi, nel mezzo di una difficile campagna elettorale e i maggiori partiti si contendono il favore degli elettori, sfidandosi a chi tratta i richiedenti asilo in maniera più brutale. Un partito propone l'intervento della marina per rimandare le imbarcazioni in Indonesia; un altro propone, invece, di trasferire i rifugiati nei campi profughi e nelle tende a Nauru e in Papua Nuova Guinea. Tra loro ci saranno giovani uomini, donne e bambini come quelli che ho avuto modo di conoscere. Abbiamo già visto come le persone vengano distrutte da questo trattamento.

La brutalità funziona a livello elettorale perché è popolare. A Lampedusa, Papa Francesco ha parlato della 'globalizzazione dell'indifferenza'. L'indifferenza e l'ostilità nascono dalla paura che spazza via tutto, ivi compresa la vita delle persone che ne sono vittime.

La sfida che sento in questo momento è personale: in che modo posso gestire l'indignazione, la tristezza, la vergogna, e il senso di impotenza che provo, quando vedo la vita di queste persone, alle quali tengo molto, crollare davanti ai miei occhi, senza voltare lo sguardo dall'altra parte, o imputare tutta la responsabilità ai nostri leader politici. Si tratta della solidarietà del cuore che tiene insieme gli esclusi e coloro che li escludono.

Ed è qui che la preghiera gioca un ruolo importante. I campi profughi cambogiani sono stati per me una scuola di preghiera. Quando tornavo dal campo profughi, nel tardo pomeriggio, mi ritornavano in mente tutte le storie, i volti e gli odori del campo, e gli stati d'animo che suscitavano. Le letture dell'Avvento, in particolare la lettera di Isaia sul ritorno degli esiliati, echeggiavano nella bellezza dei campi di riso, verdi e tranquilli alla luce del sole che tramontava. Era per me naturale ringraziare Dio per le persone che avevo incontrato, e per essere in grado di riconoscere i loro volti; ed era naturale ringraziare Dio per il dono di essere vivo in un mondo così bello, per soffrire insieme a coloro le cui vite erano così tormentate, e pregare per loro, affinché il loro esilio potesse cessare.

Continuo a ritenere che la creazione di uno spazio all'interno del quale le persone e le loro sofferenze possano essere portate in una preghiera di ringraziamento per l'amore che Dio ha per noi, e per la bellezza del mondo che ha creato e che ci ha promesso, rappresenti l'unico modo per tenere insieme l'indignazione, la tristezza, la compassione e la realtà del mondo di Dio. Tornando in bicicletta dal centro di detenzione, lungo la riva del fiume, quando il sole è ormai basso nel cielo, riesco a volte a tenere davanti a Dio i volti che ho visto, le storie che ho ascoltato e la vergogna di appartenere a un popolo che può offrire ai disperati solo filo spinato invece che compassione. E posso a volte essere grato per il dono di condividere la vita con le persone, e nel mondo, che Dio ama con una costanza così grande.

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
SJES ROME
Il SJES è un'istituzione gesuita che aiuta la Compagnia di Gesù a sviluppare la missione apostolica, attraverso la sua dimensione di promozione della giustizia e della riconciliazione con il creato.