Incontrare Dio al Carcere Angola
Nel mese di aprile, nel contesto di un seminario della durata di tre settimane sulla Dottrina sociale cattolica, noi del noviziato gesuita abbiamo fatto visita al Penitenziario di Stato della Louisiana, noto come Carcere Angola.
Nonostante in passato avessi già lavorato per un programma che assiste i detenuti da poco rilasciati, fino a quel momento non avevo interagito con chi era in carcere a vita, esperienza che si è rivelata uno dei momenti più importanti del mio noviziato.
P. Bernard "Bernie" Papania, cappellano a tempo pieno del carcere, ci venne incontro al cancello. P. Bernie si occupa della popolazione carceraria cattolica presente tra gli 8.200 uomini dell'Angola, insieme a un gruppo di carcerati da lui scelti per dargli una mano.
Una volta entrati, p. Bernie ci portò in una stanza dove ci attendevano
gli assistenti.
Se ricordo bene, erano tutti condannati al carcere a vita, come la stragrande maggioranza dei detenuti di quella prigione. Ci fecero una bellissima presentazione del programma per gli anziani gestito dai compagni, cui fecero seguire una serie di testimonianze. Fummo stupiti dal fatto che questi uomini avessero approfondito la propria fede in quell'atmosfera così drammaticamente difficile. Personalmente fui colpito in modo particolare dalla storia di Kevin, giovane condannato per duplice omicidio, che parlò della propria conversione sbocciata contemplando un crocifisso in una notte insonne.
Al termine della sessione, gli assistenti ci fecero fare un giro dell'Angola, mostrandoci la serra e il negozio di giocattoli, e passammo anche per il braccio dei carcerati puniti per aver contravvenuto alle norme disciplinari. Nell'entrare nella sala da pranzo, incontrai Kevin. Continuò a raccontarmi della vita all'Angola, e io gli chiesi una cosa che mi era rimasta nel cuore tutta la mattina.
"Kevin, come riesci ad affrontare tutto questo?"
Si fermò e mi guardò. "Certi giorni sono veramente difficili. So che qui ci morirò. Spero solo di poter fare qualcosa di importante per qualcuno".
Gli dissi quanto era riuscito a ispirarmi; lui mi sorrise e volse lo sguardo in basso, osservando che nessuno glielo aveva mai detto prima.
Al termine della visita, mi feci dare da Kevin il suo indirizzo perché potessimo continuare la nostra conversazione. Ero profondamente toccato da tutto quello che avevo visto e sentito, e provavo al contempo una sorta di tensione interiore: da qualche parte c'era una famiglia che era stata tragicamente cambiata per sempre dalle azioni di Kevin. Nonostante la commovente conversazione che avevamo avuto, una coppia di anziani era morta, e una famiglia ne sentiva ancora la mancanza. Kevin meritava l'amore e la compassione di qualcuno o gli spettava solo infelicità?
La risposta, ovviamente, è no. E lo stesso vale anche per me. Alcuni dei miei errori hanno causato danni irreversibili alla vita di persone buone, e nulla al mondo potrà cambiarlo. Morirò anch'io prigioniero tra le mura di conseguenze irreversibili.
Eppure, per qualche misteriosa ragione, Dio continua ad amarmi. In qualche modo l'amore di Dio è riuscito a penetrare le mura della mia prigione e mi ha abbracciato con l'amore dei miei amici e della mia famiglia, dei miei fratelli gesuiti e di coloro che incontro come sacerdote. Non merito il loro amore - me lo ricorda la mia prigione di conseguenze irreversibili - ma è proprio quell'amore immeritato che mi convince che la grazia è una cosa vera, e che Dio può rendere e renderà nuove tutte le cose.
Kevin finirà i suoi giorni all'Angola. Posso scegliere di amare lui e gli altri che si trovano nella sua stessa situazione, fargli visita e difenderlo quando sia necessario, oppure posso scegliere di ignorarli o addirittura di detestarli. La mia scelta non riporterà in vita le loro vittime, né abbatterà le mura che giorno dopo giorno ricordano a questi uomini ciò che hanno fatto. Ma la mia scelta potrebbe far sì che conoscano oppure no l'amore totalmente incondizionato di Cristo di cui ho fatto esperienza. Come posso sentire altro, se non il desiderio appassionato che facciano l'esperienza di quell'amore in tutta la sua immensa misericordia, compassione e tenerezza?
La giornata ebbe fine con la Messa. Prima che avesse inizio la liturgia, mentre sedevamo nella quieta cappella della prigione, qualcuno si avvicinò all'altare e si alzò in punta dei piedi per accendere il cero pasquale. È la candela che testimonia la verità che Cristo è ancora vivo, che ancora ci ama e ci perdona - ama e perdona anche chi ha costruito le mura della propria prigione. Il ministrante, un omicida, tornò a sedere, e tutti ci preparammo a ricevere il corpo crocifisso e risorto di Nostro Signore.