Testimonianza

Il mio interesse per l’Apostolato Sociale

Fala Valery SJ (AOC) Fala Valery SJ (AOC)

Crescendo, vivere relazioni personali autentiche e genuine ha sempre fatto parte della mia esperienza, sia in famiglia, sia con gli amici. Ma, è stato solo quando sono entrato in noviziato che ho scoperto che c’è qualcosa di straordinariamente speciale non solo nello stare con le persone, ma nello sviluppare e nel costruire relazioni personali più profonde con gli altri, in particolare, con gli anziani, e con coloro che sono scartati, in modo diretto o indiretto, dalla nostra società. Due delle mie esperienze di noviziato hanno portato in luce tutto ciò, e hanno acceso in me un profondo interesse per l’apostolato sociale.

La primissima esperienza vissuta nel periodo del noviziato che ha suscitato in me l’interesse per l’apostolato sociale è stata la mia esperienza come membro del gruppo CARITAS del noviziato. Due domeniche al mese, questo gruppo si dedicava a visitare gli ammalati e i poveri in una chiesa parrocchiale nelle vicinanze. Ognuna di queste visite era un momento per una più profonda scoperta di sé. Continuando questo apostolato, a poco a poco, ho avuto modo di conoscere queste persone che incontravo regolarmente. Condividevano le loro gioie e i loro dolori, e il mio cuore era mosso a servirli prontamente, e nel farlo potevo farli sentire meglio e più felici e amati.

La gioia nel farlo, da parte mia, era davvero grande. Sentivo molta consolazione nel far sentire bene queste persone. Mi sentivo felice nell’alleviare le sofferenze degli altri. È stata senza dubbio una delle esperienze più belle che ho avuto durante il noviziato. A partire da quel momento, ho sviluppato un grande interesse nello stare in mezzo alle persone povere, semplici, comuni. Questo interesse è stato arricchito ulteriormente dalla mia esperienza con i bambini di strada al Foyer d’Espérance di Yaoundé, in Cameroon.

Ero stato mandato, per il mio esperimento presso un ‘ospedale’, come raccomandato dal programma di probazione del noviziato, a lavorare con i bambini di strada al Foyer d’Espérance di Yaoundé. Sono davvero gli ‘emarginati’ della società moderna. Vengono scartati e non si dice nulla di buono su di loro. Vengono visti come persone responsabili di tutti i crimini commessi in città, come i più irrispettosi, volgari, ladri, tossicodipendenti, ecc. Senza negare questa realtà, che molto spesso è solo una lontana percezione dei bambini di strada, l’aver lavorato e interagito con loro mi ha fatto capire che non sono molto diversi da tutti gli altri. Alcuni di loro hanno qualità rare che non possiedono neanche le persone ‘normali’ della società. Sono molto coraggiosi, intelligenti e attenti, e hanno un profondo senso di umanità, affetto, e fiducia. Queste poche e molte altre qualità spiegano perché si prestano reciproca assistenza gli uni con gli altri, e nonostante la scortesia e l’ostilità della nostra società, si tengono al passo e riescono ancora a sorridere e a essere felici. Poi ho scoperto che sono soprattutto le ingiustizie che esistono nella nostra società, e l’assenza di relazioni autentiche e genuine gli uni con gli altri, che sono all’origine del loro vivere per strada. Il loro vivere per strada mi sembra una concreta espressione delle ingiustizie che ci circondano. In loro, l’ingiustizia si concretizza, e il grido di giustizia diventa un’abitudine.

Da una prospettiva generale a una molto personale, sono stato sfidato da uno di loro a lavorare sulla mia ingiustizia. Questo bambino di strada molto giovane, che ha trovato in me, durante il periodo della mia permanenza lì, un luogo di consolazione, verso la fine della mia permanenza con loro ha scoperto, con grande delusione, che non potevo ricambiare la stessa fiducia che lui riponeva in me. In realtà, voleva un souvenir da me. Ma sapendo che dargli questo souvenir poteva suscitare delle gelosie tra loro, mi sono rifiutato molte volte di darglielo. Ma ogni volta, mi diceva: “Non preoccuparti, nessuno sarà geloso, e nessuno ti disturberà”. Non gli credevo, e non mi fidavo di lui su questo punto. Poi, in questo giorno benedetto, mi ha fatto la stessa richiesta, e quando mi sono rifiutato come al solito, ha ribattuto sgomento: “Mi fidavo di te, e ho condiviso la mia esperienza con te, ma sfortunatamente, non puoi fidarti di me nemmeno su questo!’ Immediatamente, ho deciso di regalargli il souvenir che mi aveva chiesto, e con mia grande sorpresa, nessuno è sembrato essere geloso di questo, e nessuno mi ha infastidito per il suo souvenir fino alla fine della mia permanenza lì. Così, ho imparato che l’ingiustizia è anche tradimento, o non reciprocità della fiducia. L’ingiustizia è lo sfruttamento della fiducia.

Segnato da queste esperienze, ho nutrito un interesse sempre maggiore per l’apostolato sociale e un ardente desiderio di vedere ripristinata la fiducia nella nostra società. Un modo molto responsabile, che mi sembra estremamente prezioso, è quello delle relazioni. Attraverso relazioni autentiche e sincere con coloro che ci circondano, possiamo rendere il mondo un posto migliore, in cui regna la fiducia reciproca e la fraternità. L’apostolato sociale è, quindi, per me, il mezzo attraverso il quale possono essere create queste relazioni profonde e autentiche, da qui il mio ardente desiderio nell’apostolato sociale. Attraverso questo, sono sicuro che facilitando relazioni autentiche e genuine con noi stessi, con il prossimo, con la natura e con Dio, sia possibile un mondo più giusto, pacifico e felice.

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
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