Testimonianza

Gesù alla messa celebrata in strada

Fr. Chonguk Kim SJ Fr. Chonguk Kim SJ

Alla fine del mese di agosto del 2011, ho preso un aereo diretto a Jeju Island, la più grande isola situata nella parte meridionale della Corea del Sud, per raggiungere un piccolo villaggio chiamato Gangjeong.

Chi avrebbe mai immaginato che quello che avrebbe dovuto essere un semplice viaggio, alla volta di un piccolo villaggio di un'isola, avrebbe visto la sua conclusione in un carcere? Sfortunatamente, Gangjeong ha avuto la sventura di essere il villaggio che, nel 2007, è stato scelto dal governo per realizzarvi una base navale.

Lavoro presso il Center for Voluntary Social Service dell'università di Sogang. Il motivo che mi ha spinto a visitare Gangjeong è stato quello di incontrare, e passare del tempo, con Fr. Jeong-hyun Moon, un parroco di 73 anni, in pensione, conosciuto tra la gente del posto come "il prete della strada", che ha dedicato gli ultimi 40 anni della sua vita al movimento per la pace e la democrazia. Si trovava lì per essere a fianco della gente che partecipava a una protesta contro la costruzione della base navale di Jeju. Fr. Moon ha montato una tenda di preghiera di fronte all'entrata principale del sito scelto per la costruzione della base navale; e chiedeva la cancellazione della costruzione della base navale insieme alla gente del villaggio che si opponeva alla realizzazione del progetto. Al fine di incoraggiarlo e di sostenerlo, mi sono diretto alla volta di Gangjeong con qualche altro gesuita.

La marina militare considerava la tenda di preghiera come un elemento di disturbo. Aspettava solo l'occasione giusta per far smontare la tenda. Il momento cruciale del mio viaggio è stato due giorni dopo il mio arrivo a Gangjeong. Quel giorno, stavo dormendo nella tenda con altri gesuiti, a guardia del posto.Più o meno verso le cinque del mattino, abbiamo sentito le sirene d'allarme, e abbiamo subito compreso che era stato dichiarato lo stato d'emergenza. Poco dopo, più di mille poliziotti hanno fatto irruzione nel villaggio. Il luogo è stato, immediatamente, isolato dalla polizia, per impedire qualsiasi contatto con l'esterno. Dopo aver assediato il villaggio, hanno iniziato ad arrestare le principali figure tra gli attivisti che avevano guidato la protesta, nonché i residenti che si erano opposti alla loro azione coercitiva e violenta. Noi, gesuiti e preti diocesani, siamo stati isolati dai poliziotti per circa 12 ore, poi ci hanno arrestati e condotti in un posto lontano dal sito, per tenerci separati dalla gente. Alla fine, la tenda di preghiera è stata buttata giù dalla polizia. Quel giorno, l'azione crudele dei poliziotti mi ha fatto comprendere quanto seria fosse la situazione.

Nel 2007, la marina militare ha adottato la disposizione normativa inerente la costruzione della base navale di Gangjeong, senza aver seguito la procedura prevista che richiede il preventivo consenso da parte della popolazione locale. La popolazione del villaggio ha, subito, creato un gruppo di protesta contro la costruzione della base, e ha dato vita a un movimento spontaneo e pacifico. Sin dall'inizio, indipendentemente dal fatto che la loro protesta fosse pacifica, la marina militare ha risposto con l'inganno e la violenza. Da cinque anni, ormai, la gente del villaggio continua a protestare in modo pacifico, nonostante riceva violenza verbale, fisica ed emotiva. Di conseguenza, circa il 75,5% di tutti i residenti ha sofferto di disordini mentali, come ostilità compulsiva, senso d'ansia, e depressione; mentre il 43,9% delle persone ha pensato alla possibilità di commettere il suicidio. Temevo terribilmente di poter ascoltare questi fatti.

A partire dal mese di ottobre del 2011, si sono moltiplicate, in tutto il paese, attività di solidarietà a sostegno del movimento, poste in essere da alcune organizzazioni cattoliche sudcoreane. In base a una di queste attività di solidarietà, i preti hanno iniziato a celebrare una messa in strada, proprio di fronte al sito scelto per la costruzione della base navale. Io stesso ho preso parte alla messa celebrata in strada ogni qual volta ne ho avuto la possibilità. Oltre alla messa in strada, abbiamo protestato contro il brutale esercizio del potere da parte delle autorità governative, e abbiamo chiesto la cancellazione della normativa concernente la realizzazione della base navale. Per tradurre in fatti concreti le nostre richieste, abbiamo cercato di bloccare i veicoli impiegati nella costruzione, che cercavano di accedere al sito. In queste occasioni, diverse volte, siamo stati presi e portati alla vicina stazione di polizia. Nonostante diverse difficoltà, non abbiamo interrotto la nostra attività di resistenza. Non avevamo neanche paura di finire in prigione. Le nostre attività hanno incoraggiato e sostenuto la gente del villaggio, e rinvigorito il movimento per la pace che si stava, ormai, spegnendo. Quando ero in carcere, ho trovato grande conforto nel fatto che, come prete, mi è stata concessa l'opportunità di seguire le orme di Gesù, che condivide il senso di dolore dei perseguitati e ne conforta l'animo.

Per me, Gangjeong è il posto dove la Meditazione dei Due Stendardi di Sant'Ignazio è divenuta realtà. Da una parte, vi è un piccolo gruppo di persone che partecipa alla messa in strada, dall'altra, vi è un grande gruppo armato di armi e di scudi protettivi che aspetta di distruggere. Non è facile trovare un elemento di speranza, proprio per la disparità di potere. Tuttavia, sono fermamente convinto che se Gesù fosse stato qui con noi, avrebbe celebrato la messa in strada. Aver partecipato alla messa in strada è stata una grande gioia per me; perché ho incontrato Gesù che, lieto, si avvicina a quanti vengono schiacciati e crocifissi.

Fr. Chonguk Kim SJ

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
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