Era opera di Dio, non era mai la mia
Buongiorno a tutti! Vorrei esprimere la mia profonda gratitudine per l’opportunità di condividere con voi il mio percorso nell’apostolato sociale. Oggi, sono qui davanti a voi come donna bianca, borghese, colta, con enormi opportunità che mi sono state offerte in tutta la mia vita. Un’educazione amorevole all’interno di una famiglia cattolica, dove la Chiesa e la spiritualità sono sempre state importanti. Eppure ho sempre avuto un pensiero ‘che mi attanagliava’, che questo ambiente privilegiato non ‘mi appartenesse’ o fosse un ‘diritto’ che mi spettava: era un ‘dono’ da condividere con altri. In giovane età avvertivo la sensazione che, sebbene fossi stata ‘educata’, non ‘capissi’ davvero il mondo, che vi fosse sempre qualcosa di più profondo da esplorare. Ero alla disperata ricerca di qualcosa chiamata ‘saggezza’, ma volevo anche l’eccitazione, l’avventura, e cambiare il mondo in meglio!
Pertanto, all’età di diciotto anni, sono partita all’avventura verso molti luoghi lontani. Ho lavorato come volontaria in alcune comunità aborigene – ho pulito bagni, fatto il bucato e cucinato (per la verità molto male)! Una volta completata la mia formazione infermieristica, ero di nuovo ‘in giro’ per lavorare come infermiera e ricercatrice in Papua Nuova Guinea, Uganda, Iraq e Kashmir, Pakistan e Afghanistan. Il fatto di avere una personalità che vede opportunità, piuttosto che ostacoli, mi ha consentito di dire ‘sì’ a questi inviti.
In tutti questi paesi, sono stata immersa in un mondo in cui l’attenzione occidentale su ‘efficienza’, ‘produttività’ e razionalità dei processi decisionali è stata messa a dura prova. Sono entrata in un mondo diverso, dove tutto era un’immensa sofferenza, e dove la sopravvivenza quotidiana era la realtà della vita. Ho passato gran parte del mio tempo ad ascoltare e a domandarmi se facevo parte di un’economia politica in cui il mio stile di vita andava a scapito di altri.
Non è filato tutto ‘liscio come l’olio’. In numerose occasioni, sono stata minacciata per aver contestato la corruzione, e trattenuta/detenuta al confine in Iraq e in Pakistan. All’età di 21 anni, ho avuto un incidente in Papua Nuova Guinea che mi ha provocato gravi lesioni alla testa. La guarigione fisica ha richiesto un anno, ma ci è voluto più tempo per recuperare i processi cerebrali, come la memoria, la parola e la capacità analitica. Il fatto di aver avuto accesso a un’assistenza sanitaria eccellente, e di avere una personalità determinata, mi ha consentito di recuperare bene. Ho capito quanto fossi privilegiata.
I miei viaggi sono sempre stati forieri di esperienze che mi hanno sfidato e ispirato. I momenti di desolazione erano associati a sentimenti di paura, di inadeguatezza e al fatto di realizzare che non sarei riuscita a ‘risolvere’ le questioni più profonde. Ragionavo ancora molto secondo la forma mentis occidentale dei ‘risultati’ e dell’impatto’, e non comprendevo mai realmente il valore dell’accompagnamento. A volte, questo senso di disperazione e di angoscia era schiacciante. Bambini piccoli sono morti tra le mie braccia perchè non sono riuscita a portarli in ospedale abbastanza rapidamente. In Uganda, il 40% delle donne che ho curato nella clinica prenatale erano sieropositive. Casi di meningite, tubercolosi e rabbia: sembrava non finire mai! Ho iniziato a rendermi conto che vi era un ‘disegno molto più grande’ in questa ingiustizia e in questa sofferenza, e sebbene riuscissi a fare del mio meglio, dovevo ‘consegnarlo a Dio’ poichè è qui che iniziava la vera opera, ed è qui che probabilmente ho sentito maggiore consolazione. Era opera di Dio, non era mai la mia.
Dov’era Dio in tutto questo? A volte era difficile vedere Dio in mezzo alla paura, alla sofferenza, alla frustrazione, mentre altre volte Dio era chiaramente presente – nelle persone e in ogni ‘momento’. Splendidi momenti di consolazione sono venuti dal canto e dalla danza con diverse comunità. La sera insegnavo a ballare alle giovani infermiere dei complessi dell’ospedale ugandese: la musica di Elton John risuonava forte, seguita dai tamburi quando le sessioni si trasformavano in sessioni di danza locale ugandese. Pazienti affetti da HIV si alzavano dai loro letti e si univano al divertimento. Le suore si divertivano e si univano alle danze. In mezzo a tutta questa morte, vi era il bisogno di trovare un senso/gioia in quello stesso momento, e nelle nostre relazioni nell’immediato presente.
Lavorare al fianco delle suore in Uganda è stato un privilegio. Le loro storie di straordinario coraggio sotto i regimi di Idi Amin e di Obote sono state sorprendenti. Si prendevano cura di chiunque avesse bisogno di aiuto, nonostante le numerose minaccie provenienti da diverse fazioni. Ricordo di aver pensato che queste donne erano le vere ‘femministe’ del mondo. La loro forza, capacità, fede e umorismo sono stati per me fonte di ispirazione!
Mi sono seduta con straordinarie donne musulmante afgane che, durante il regime dei talebani, insegnavano di nascosto a bambini locali, ben sapendo che se fossero state scoperte sarebbero state uccise. Mi hanno detto: “I bambini sono il nostro futuro – questo è il motivo per cui lo abbiamo fatto”.
Ho pregato e lavorato con comunità religiose, eppure non è mai stato per portare intenzionalmente il Vangelo ai poveri, o per la maggior Gloria di Dio, o per realizzare il regno di Dio. Non ho mai capito quel linguaggio, e ancora oggi faccio fatica a capirlo. Sentivo che avere umiltà, gioia, apertura a Dio e compassione fosse sufficiente – Dio e lo Spirito Santo possono allora lavorare come devono. Ho iniziato a esplorare maggiormente la mia fede e i miei insegnamenti, in particolare quelli legati alla teologia della liberazione e all’opzione preferenziale per i poveri.
Solo recentemente ho esplorato in profondità il concetto di ‘solidarietà’, e ho riflettuto su Maria ai piedi della Croce – non poteva cambiare l’epilogo, alleviare la sofferenza di Gesù, ed era a rischio – ma è rimasta lì.
Ulteriori studi in management, leadership, teologia e yoga, e un dottorato di ricerca in traffico di esseri umani mi hanno portato tutti a ricoprire ruoli, come quello di Direttore di Missione per diverse organizzazioni, e il mio attuale ruolo come Delegato del Jesuit Social Ministries della Provincia Australiana. In molti modi, unirsi alla comunità gesuita, è sembrato come tornare a casa.
In conclusione, sono grata per l’opportunità di imparare ed essere ispirata da quelle persone e da quelle comunità che mi hanno invitata a lavorare e a vivere al loro fianco. Sono, poi, estremamente grata di poter servire in un ruolo guida all’interno del Jesuit Social Ministries e di continuare a dire ‘sì’ a Dio all’interno dell’Apostolato Sociale.
Grazie