Difendere i diritti dei più poveri
Sono un gesuita spagnolo di 82 anni, gli ultimi 22 anni dei quali trascorsi nella selva peruviana.
Scrivo dalla parrocchia di Chiriaco, provincia di Bagua e dipartimento di Amazonas, alla quale sono stato destinato nel 2009.
E’ la seconda volta che vengo inviato nella selva, dopo essere stato per 16 anni a capo della parrocchia di Santa Maria di Nieva, nello stesso dipartimento del Perù.
Tutta la mia vita e le mie attività in questa nuova parrocchia sono influenzate dagli avvenimenti che, il 5 giugno del 2009, commossero il Perù: per radio e per televisione, si udirono i colpi d’arma da fuoco sparati contro i manifestanti nativi che stavano partecipando a uno sciopero amazzonico a oltranza, e che avevano occupato la via Fernando Belaunde Terry, nella c.d. “curva del diavolo”.
All’improvviso arrivò a Santa Maria di Nieva una terribile notizia: “Hanno ammazzato Santiago Manuin!”, mi disse un amico indigeno, membro del Comitato di Lotta che lo stesso Santiago presidiava. Avevano deciso di riunire la popolazione, e mi chiesero che fossi io a dare la notizia. Mai mi fu così difficile esprimermi in pubblico, cercando di contenere le lacrime. Santiago non era solo un amico e un amico di tutti, ma era il leader combattivo e pacifico di un popolo che amava, e per il quale aveva dato la propria vita. La sua morte presupponeva la fine di un progetto che puntava a costruire un mondo basato sulla giustizia e sul rispetto dei diritti umani di tutti. Fortunatamente Santiago fu sottoposto a un intervento chirurgico, e, sebbene sia rimasto paralizzato a vita, continua ad accompagnarci, e rappresenta il meglio di quel “baguazo” (così vengono chiamati in Perù gli avvenimenti accaduti a Bagua). Lo scorso anno, Santiago è stato insignito del più importante riconoscimento per la difesa dei diritti umani.
Quella notte di venerdì 5 giugno scrissi sul bollettino parrocchiale della domenica il mio primo articolo su questo avvenimento. Due giorni dopo, mentre venivano distribuiti questi bollettini parrocchiali, apparvero a Nieva, con un gran frastuono, due elicotteri militari. Venivano a cercare armi, e stabilirono il loro quartier generale a Santa Maria di Nieva. Martedì 9 giugno, arrivò un battello con alcuni manifestanti e 4 feriti da proiettili, e l’11 si celebrò una messa davanti ai cadaveri di due giovani del río Nieva morti negli scontri: Romel (27 anni) e Jesús (19). Nessuno si preoccupò di dissimulare le proprie lacrime alla vista della giovane vedova di Romel con le sue due piccole figlie, e della madre di Jesús e delle sue sorelle. Ebbi così la grazia di vivere quel gran momento della mia vita vicino al popolo, partecipe del suo dolore, e animando la fiducia in Dio, e nel nostro futuro.
Quando venni nominato parroco di Chiriaco mi resi conto di essere stato avvicinato ai suoi 4 luoghi “sacri”: la curva del diavolo (16 morti: 12 poliziotti e 4 nativi più lo scomparso), la capitale Bagua (3 morti: 2 meticci e un nativo), Bagua Grande (3 meticci morti) e la stazione petrolifera n°6 di Petroperú (11 poliziotti morti).
Nel corso dei 6 anni trascorsi tra il “baguazo” e il processo celebrato nel 2014, tre nativi sono stati puniti con estrema durezza da una sentenza che ha illegalmente rinchiuso uno di loro (lui e la sua famiglia), Asterio Pujupat, in una casa circondariale nel raggio urbano di Bagua. Questa sentenza, assolutamente incostituzionale, venne, poi, presa come modello per condannare altri due nativi accusati, Danny López e Feliciano Cahuasa, che avevano diritto a essere rimessi immediatamente in libertà, dopo aver trascorso nella prigione di Huancas il periodo massimo di carcerazione preventiva stabilito per legge. In 5 anni, questi tre nativi sono stati ingiustamente gli unici arrestati del “baguazo”, come se fossero stati i principali responsabili.
Un altro documento ufficiale riprovevole è il Parere della Procura di Bagua, che è servito come base accusatoria contro i 53 imputati (30 contadini della zona e 23 nativi), che la polizia arrestò, in gran parte, per strada, e contro i quali chiede pene durissime senza avere prove oggettive individualizzate. Le più scandalose sono le 9 condanne all’ergastolo con le quali il Parere eguaglia i 9 accusati al più famoso terrorista peruviano, Abimael Guzman, fondatore dell’organizzazione guerrigliera Sendero Luminoso.
Dal 2009 abbiamo realizzato il dovuto accompagnamento dei popoli indigeni, su cui ha posto l’accento il documento di Aparecida. In questo lavoro annoveriamo i “bollettini parrocchiali”, che, ogni settimana, accompagnano molte persone. La cosa più bella che abbiamo realizzato con questi bollettini, grazie alla collaborazione di buoni amici, è la pubblicazione “una ferita aperta”, nella quale vengono raccolte le storie personali dei tre arrestati e delle loro famiglie, e che è servita per promuovere, a Lima, nel marzo del 2013, una campagna a favore della loro liberazione, che è arrivata fino al Congresso, dove è stata accolta molto bene. Attualmente i 53 imputati del processo di Bagua ricevono, ad ogni udienza, i bollettini parrocchiali che li accompagnano.
“Dio è grande!” disse Feliciano Cahuasa, solennemente e lentamente, prima di sedersi a mangiare, per la prima volta, fuori dal carcere di Huancas, dopo cinque anni di ingiusta detenzione. “Sì, Feliciano, Dio è grande” – gli dissi – “e dopo il baguazo lo è ancora di più”. Come se fosse cresciuto e si fosse moltiplicato. E’ in te, ancora in prigione (Matteo 25, 36), nei 53 imputati, e più ancora, se possibile, nei 9 che rischiano una condanna all’ergastolo. E’ anche in quanti fanno loro visita, in tutti coloro che li stanno accompagnando internazionalmente con generosi aiuti, e in molti altri ancora che si sentono animati a collaborare. Pertanto, possiamo dire che è cresciuto il potere di Dio, e la sua misericordia, che si moltiplica accompagnando tutti noi: le vittime e noi che solidarizziamo con loro, che siamo, più che una moltitudine, un corpo vivo pieno dell’amore di Dio, che ha compassione per tutti, e in particolare per i più poveri.
Grazie!