Dall’apostolato sociale indigeno all’apostolato intellettuale
Nel luglio del 1988 sono stato ordinato sacerdote ad Andahuaylillas, una delle sette parrocchie rurali indigene (quechuas) affidate alla Compagnia di Gesù nella provincia di Quispicanchi, a Cusco. Da quel momento, fino al mese di marzo del 2016, sono stato legato al lavoro parrocchiale, alla promozione dello sviluppo rurale e, in una certa misura, al lavoro intellettuale. Calcolo, in questo periodo di tempo, i quasi sette anni di studio per il conseguimento del diploma di master e del dottorato, essendo direttamente collegati con la nostra missione nel mondo andino.
Nel corso di quegli anni, ho svolto anche incarichi come coordinatore dei centri sociali e come delegato sociale della Provincia del Perù. Nel momento in cui scrivo questa narrativa, sto preparando il mio viaggio in Brasile, dove lavorerò come professore di teologia presso la Facoltà Gesuita di Filosofia e Teologia (FAJE), uno dei tre centri teologici dell’America Latina scelti dalla Compagnia per la formazione dei nostri. Tutto un cambiamento nella mia vita.
Tuttavia, la mia storia nell’apostolato sociale non inizia con la mia ordinazione e con la mia prima destinazione (quasi unica) come gesuita. Viene dalla mia famiglia e dai formatori gesuiti che ho avuto nel collegio San José di Arequipa. Dalla mia famiglia per essere di fatto una “piccola chiesa domestica”, dove mi è stata trasmessa la fede e la generosità verso i poveri, e dai miei formatori gesuiti perché, prima del Decreto 4º della Congregazione Generale XXXII, hanno incorporato istituzionalmente l’opzione fede-giustizia, con grande scandalo dell’aristocrazia di Arequipa, che iniziò a togliere i propri figli da un collegio gesuita tradizionale che sostenevano fosse diventato “comunista”. Dal 1973 al 1975 non ho mai smesso di collaborare, ogni fine settimana, ad attività sociali in settori popolari, come parte della proiezione sociale del collegio.
Non posso non ricordare un famoso viaggio di inserzione sulla catena montuosa di Arequipa, nel 1974, quando, nel corso di un’Eucarestia, ho sentito, per la prima volta, la chiamata del Signore, che mi invitava a seguirlo come sacerdote nella Compagnia di Gesù. Poi, nel corso dei miei anni universitari, (76-78), prima di entrare nella Compagnia (1978), ho sempre prestato la mia collaborazione nella parrocchia gesuita di un quartiere urbano popolare di Lima. Il mio magistero, questa tappa di formazione tra la filosofia e la teologia, l’ho svolto proprio in questa parrocchia (1984). Quell’anno è stato uno dei più felici della mia vita.
Oggi, prossimo a compiere 58 anni, inizio un nuovo pellegrinaggio per i sentieri dell’apostolato intellettuale. Alcuni compagni gesuiti mi hanno detto che è “un po' tardi”; altri, più gentili, mi hanno animato. E io, che posso dire? Che mi affido a un Dio che ha lasciato la sua impronta indigena campesina nella mia vita, un’impronta di fuoco e di brezza leggera (1 Re 19, 12). Di fuoco, perché la situazione di povertà, di discriminazione e di disprezzo che vivono gli indigeni campesinos mi ha fatto considerare più di una volta che la “divinità si nasconde” (ES 196) in questo mondo andino; e di “brezza leggera”, perché nell’amicizia, nella vicinanza, nel dialogo, nell’insignificanza della vita quotidiana e nella festa condivisa, il Resuscitato ha esercitato il suo compito di consolatore (ES 224). Sì, ho consolato persone; e le persone mi hanno consolato. Senza la consolazione venuta attraverso gli altri, nel mio caso attraverso i campesinos quechuas, onestamente, non vedo possibilità di svolgere un ministero felice in qualsiasi tipo di apostolato che la Compagnia possa affidarci.
E così vado in Brasile, con un’impronta indigena campesina di Dio nella mia vita – il mio capitale spirituale potremmo dire – per perseverare, dall’apostolato intellettuale, nelle principali opzioni della Compagnia di Gesù.