Indonesia – La democrazia come responsabilità collettiva
Il 14 febbraio gli indonesiani eserciteranno il loro diritto di eleggere un nuovo presidente e un vicepresidente. Come cristiani - il 3,06% di cattolici (circa 8,5 milioni) e il 10,48% di protestanti (circa 20,7 milioni) - potremmo chiederci quale sarà l'impatto della nostra voce collettiva. Sebbene sia difficile quantificare la nostra influenza solo sulla base dei numeri, vale la pena ricordare che due sacerdoti cattolici - lo studioso gesuita padre Franz Magnis Suseno e il sacerdote diocesano e attivista sociale don Anton Benny Susetyo - hanno fatto la differenza e sono stati spesso citati nel periodo precedente le elezioni generali.
Ramlan Surbakti, professore cattolico in pensione di Scienze politiche presso l'Università Airlangga e esperto di elezioni generali, nota che don Susetyo spesso articola in forma popolare le riflessioni filosofiche di padre Magnis. Il prof. Surbakti è orgoglioso del fatto che le voci di questi sacerdoti cattolici risuonino al di là della comunità cattolica.
L'importanza di avere un presidente e un vicepresidente democratici non può essere sottovalutata. Padre Magnis ha racchiuso questo sentimento con le sue memorabili parole nel marzo 2014: "Ma noi scegliamo il meno peggio tra i cattivi. Scegliere. In una democrazia, qualcuno deve scegliere". Queste parole sono riecheggiate nelle elezioni generali del 2019 e continuano a riverberare nelle elezioni del 2024, non solo tra i cattolici ma in tutto il Paese e nella diaspora indonesiana. La posizione filosofica di p. Magnis, trasmessa attraverso la frase "Le elezioni non servono a eleggere i migliori, ma a impedire che i peggiori salgano al potere", è diventata una bussola morale, ripetutamente citata dal livello della Conferenza episcopale fino alle parrocchie delle zone più remote.
Come rete della nostra Conferenza dei gesuiti che si impegna attivamente nelle sfide affrontate dalle vittime della migrazione forzata, del traffico di esseri umani e dei meno fortunati - in Indonesia, dove gli impoveriti sono il 9,36%, ovvero 25,9 milioni - siamo in sintonia con il significato di impedire ai peggiori di raggiungere il potere. Consideriamo le terribili implicazioni per queste popolazioni vulnerabili in un governo segnato dalle avversità; come possono sperimentare l'essenza della democrazia in tali circostanze? La risposta sta nel nostro impegno comune a plasmare un futuro che salvaguardi i principi di giustizia, compassione e inclusione.
In un recente dibattito elettorale, un candidato ha parlato di Papa Francesco e del concetto di "conversione ecologica". Sebbene sia stato edificante sentire questo termine discusso su una piattaforma nazionale, è fondamentale non diventare compiacenti con la sua semplice menzione. I nostri sforzi costanti dovrebbero essere diretti a promuovere una comprensione e un'accettazione più profonda della conversione ecologica sia tra i cattolici che tra il pubblico in generale.
La speranza è che, dopo aver introdotto il termine, le discussioni successive possano approfondire il suo contenuto sostanziale. Idealmente, questa progressione aprirà la strada all'inclusione nell'agenda nazionale di questioni più ampie, come la tratta di esseri umani e i danni ambientali. È attraverso un'azione di advocacy e di sensibilizzazione sostenuta che possiamo veramente integrare queste preoccupazioni critiche nel discorso pubblico e nelle considerazioni politiche.
Fonte: Jcapsj.org





