America Latina – Analisi della realtà nell’America Latina: la migrazione forzata nella regione

Il continente americano è stato storicamente una delle destinazioni migratorie. Questo immenso territorio fu progressivamente abitato da popoli provenienti da altri continenti, specialmente dall'Asia, la cui prima occupazione di questo continente avvenne dopo il 40.000 a.C. dalle coste asiatiche del Pacifico, passando per la parte meridionale dell'ancora arido Stretto di Bering, o attraverso le Isole Aleutine, percorrendo la penisola dell'Alaska fino alla regione di Vancouver, ed estendendosi a sud attraverso il Messico fino ai confini del Sud America.

Oggi, i flussi migratori sono ugualmente trasversali su tutto il continente e non c'è regione dell'America che non sia interessata da una qualsiasi delle dinamiche che compongono ogni movimento migratorio: fuga, transizione, accoglienza o ritorno. Ma in questo caso, è una questione di migrazione forzata che ci obbliga non solo a descrivere il fenomeno, ma anche a cercare le cause e le concause di uno dei più importanti problemi sociali che il continente sta attraversando, una situazione che dal 2020 ha subito l'aggravante degli effetti della pandemia COVID 19.

Questo è stato il tema affrontato lo scorso 24 maggio 2021 nell'"Analisi della realtà dell'America Latina e dei Caraibi", organizzata dalla Rete dei Centri Sociali della Conferenza dei Provinciali Gesuiti dell'America Latina (CPAL), attraverso il canale "Siamo Gesuiti" su YouTube. Sono intervenuti Javier Cortegoso Lobato, Coordinatore della Rete dei Gesuiti con i Migranti e Oscar Javier Calderón, avvocato e docente di management territoriale e pubblico, Direttore Regionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, membro dell'Equipe di coordinamento della Rete dei Gesuiti con i Migranti a livello latinoamericano e Coordinatore della Regione Sudamericana della Rete dei Gesuiti con i Migranti. Il moderatore è stato il politologo Piero Trepiccione.

Contestualizzazione del problema

Javier Cortegoso ha avviato il suo intervento con due idee centrali: la migrazione forzata è un problema di dimensioni mondiali che, oltre alla sua natura sociale, economica e politica, è un dramma umano che coinvolge migliaia di persone che fuggono dai loro paesi per salvare le loro vite dalle situazioni di violenza in cui si trovano. E in secondo luogo, è essenziale passare da una risposta a breve termine allo studio delle cause strutturali che stanno generando questi flussi migratori, poiché la migrazione deve essere considerata come un diritto, dal momento che è diventata un'opzione di sopravvivenza per le persone.

Secondo il relatore, il parlare di migrazione forzata ci obbliga ad analizzare le diverse forme di violenza che costituiscono un fattore per la mobilizzazione dei flussi migratori, sia per il migrante che fugge dalla sua regione o paese, sia per le comunità coinvolte nel transito, che risentono dell'arrivo di gruppi stranieri nel loro luogo, fino a raggiungere le destinazioni finali, con tutto ciò che comporta l'accoglienza, l'integrazione o il rifiuto dei gruppi migranti. Javier Cortegoso indica cinque forme di violenza che sono presenti nelle dinamiche migratorie e che si stanno verificando nel nostro continente:

  1. La violenza che nasce dalla situazione di disuguaglianza sociale nella quale si vive in America Latina, una delle regioni maggiormente discriminate del mondo.
  2. La violenza a livello istituzionale, un risultato dello sgretolamento dello stato di diritto, la crisi della democrazia, l'aumento della corruzione e l'arricchimento illecito da parte dei gruppi che detengono il potere politico ed economico in molti dei nostri paesi.
  3. La violenza socio-politica che i gruppi armati privati e illegali impongono nei territori sotto il loro controllo, dove le istituzioni statali non esistono o non agiscono, specialmente nelle zone di confine, dove le mafie dominano e sottopongono la popolazione a un clima permanente di terrore e incertezza al punto da costringerla a emigrare.
  4. La violenza contro la "Casa comune", esercitata attraverso l'imposizione di un modello di sviluppo che devasta l'ambiente, danneggiando quegli spazi naturali dove vivono molte comunità contadine e indigene, che sono obbligate a migrare in altri territori, oltre ai crescenti disastri naturali causati dal cambiamento climatico, che condiziona i cicli della vita sul pianeta.
  5. La violenza del disconoscimento, che si esercita quotidianamente contro i settori più vulnerabili della società, gli emarginati, come nel caso delle comunità indigene e degli afrodiscendenti del continente, le donne e le minoranze escluse dalla diversità sessuale.
Sono proprio queste manifestazioni di violenza a scatenare la migrazione forzata. Nessuno fugge dal proprio paese senza una ragione di fondo. Per questo motivo, questi fattori devono essere identificati e affrontati alla radice e nelle loro conseguenze, al fine di aprire la strada al cambiamento non solo economico ma anche umano, perché la migrazione forzata lascia ferite profonde in coloro che sono stati costretti a lasciare il loro luogo di vita alla ricerca di un futuro migliore per se stessi e le loro famiglie. A tale proposito, ha preso la parola Oscar Javier Calderón.

I segni che ci parlano di un problema umano complesso

Per Oscar Calderón, che ha vissuto in prima persona il dramma della migrazione nel nostro continente attraverso la Rete dei Gesuiti con i Migranti, il problema è complesso nella misura in cui sono coinvolti molti interessi. La sua presentazione è concentrata su tre elementi che servono come riferimento per analizzare la complessità del problema. I sintomi che ci avvertono della gravità della questione; i segnali di speranza che si possono osservare all'interno degli stessi movimenti migratori; e i suggerimenti per una soluzione a breve e medio termine.

Per quanto riguarda i segnali d'allarme, per Calderón, il grande tema di discussione è il deficit giuridico e ideologico che esiste sul significato di migrazione forzata. Gli attuali quadri giuridici e i concetti utilizzati per spiegare le migrazioni forzate si rivelano insufficienti per comprendere un fenomeno che va oltre la sicurezza degli Stati e la reazione umanitaria ai migranti. Per questo motivo, si parla di flussi migratori misti, dato che coinvolge migranti di passaggio, migranti in arrivo, migranti in regola e senza documenti che fuggono dai loro paesi, così come rifugiati e gruppi di persone che vengono manipolati dalle reti illegali di traffico di esseri umani.

Anche se esistono norme internazionali che guidano le azioni di organizzazioni come l'ONU, la situazione in America Latina e nei Caraibi è caratterizzata da peculiarità proprie. Ci sono molte differenze tra il flusso migratorio dei venezuelani che fuggono verso i paesi vicini in Sud America, e quelli come la migrazione haitiana, o le popolazioni centroamericane che fuggono in carovane o spostate da reti di traffico illegale, in quel triangolo di confine che coinvolge flussi migratori dal Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, per attraversare il territorio del Messico, cercando di raggiungere gli Stati Uniti, come meta finale.

In questo contesto, ci sono numerosi segnali di avvertimento. Da un lato, le politiche degli Stati che svolgono un ruolo di accoglienza transitoria o di arrivo finale per i migranti. Dall'altro lato, i rischi connessi della mobilitazione, che trasforma i migranti in vittime del traffico illegale di esseri umani, della persecuzione governativa o del rifiuto da parte delle comunità di passaggio o di accoglienza. Un mondo di irregolarità, dato che gli Stati si muovono sulla base delle loro politiche di sicurezza delle frontiere, senza essere legalmente o concettualmente preparati ad assumere le funzioni di protezione e salvaguardia dei migranti, che in pratica sono persone che fuggono dai loro paesi d'origine, spesso senza documenti o denaro per muoversi in condizioni normali. Trattasi di punti franchi, zone grigie nella regolamentazione legale applicata a questi movimenti migratori forzati, che complicano ulteriormente il quadro della problematica.

Da questo punto di vista, i provvedimenti militari che gli Stati mettono in atto, privano i migranti di protezione, compromettendo la loro condizione umana, e le deportazioni verso i loro luoghi d'origine, mettendoli a rischio di subire torture e umiliazioni, di essere trattati come nemici politici o come delinquenti. Questa situazione è in gran parte il risultato di una mancanza di conoscenza della composizione e delle caratteristiche di questi flussi migratori forzati dalla violenza e dalla crisi sociale. In molti casi, non si tengono registri specifici che permettano di progettare e attuare meccanismi di protezione dei migranti.

A livello generale, non si fa distinzione tra le migrazioni per cause socio-politiche o per catastrofi naturali, come quelle causate dal cambiamento climatico oppure dalla distruzione delle foreste, come nel caso dell'Amazzonia, dove lo sviluppo di grandi progetti agricoli, zootecnici o minerari ha costretto al trasferimento delle popolazioni in Brasile e in altri paesi dell'Amazzonia.

Un quarto segnale d'allarme riguarda i costanti flussi di popolazione, i cui effetti sono più prolungati a livello regionale. La migrazione venezuelana è uno dei casi più costanti e massicci che si sono verificati negli ultimi anni e i suoi effetti dovrebbero essere analizzati su scala regionale. Lo stesso accade con la migrazione che avviene nel triangolo settentrionale del continente, che vive anche un importante controflusso o ritorno dagli Stati Uniti ai loro luoghi d'origine. Ci sono anche i flussi migratori extra-continentali, con popolazioni provenienti dall'Africa e dall'Asia attraverso reti illegali che fanno passare le persone attraverso il Golfo di Darien, tra la Colombia e il Centro America, dove il passaggio dei migranti avviene a costo della loro stessa vita.

Infine, come ulteriore segnale d'allarme, si hanno le deportazioni con le relative conseguenze in materia di Diritti Umani, dal momento che si tratta di una battuta d'arresto nella tutela degli esseri umani che hanno preso la via della migrazione forzata a causa delle circostanze e che, nel momento in cui vengono deportati, vengono lasciati nell'incertezza e in balia di rappresaglie nei loro paesi d'origine. A questo proposito è necessario notare la situazione dei rifugiati e il loro giusto processo di riconoscimento giuridico, che a volte è temporaneamente sospeso. D'altra parte, ci sono molti luoghi di accoglienza, come luogo di destinazione finale per i migranti, che lungi dall'essere una soluzione, si trasformano in luoghi di violazione permanente dei diritti umani.

Per riassumere, la mancanza di coordinamento dei governi per quanto riguarda l'attenzione regionale di questo problema è un grande deficit. Senza strumenti legali per agire, gli Stati abbandonano i migranti al loro destino. C'è un indebolimento della governance nei siti di frontiera e nei punti di transito dove gli organismi internazionali di protezione dei migranti, gli Stati coinvolti e le comunità interessate in un modo o nell'altro dalla presenza dei migranti nei loro territori dovrebbero lavorare insieme alleandosi. Molte politiche restano invariate a causa della mancanza di queste alleanze locali o regionali che potrebbero essere molto utili nella realizzazione di soluzioni.

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Al termine di questo approfondimento, Oscar Calderón prosegue con i segni di speranza, che sono costituiti da quelle "trame di ospitalità" che si possono apprezzare nelle comunità che sono entrate in contatto con i migranti, siano esse zone di transito o di accoglienza. Qui si registrano casi legati al lavoro svolto da comunità e organizzazioni sociali che offrono il loro sostegno e solidarietà ai viaggiatori, come nel caso dei venezuelani che sono partiti per i paesi del sud, dalla Colombia al Cile, attraversando le Ande a piedi.

Un altro aspetto è lo sviluppo delle conoscenze e i processi di scambio culturale in termini di musica e gastronomia che cominciano a svilupparsi lungo le diverse rotte migratorie e nelle comunità che fungono da comunità di accoglienza. La sfida che ha coinvolto l'organizzazione degli stessi rifugiati è stata quella di collaborare con chi li ha accolti. Sono processi che avvengono su scala locale, non sono pubblicizzati, ma sono segni di speranza nella costruzione di legami di ospitalità e riconciliazione tra gruppi sociali e comunità che sono coinvolti nel problema della migrazione come problema umano.

Per concludere, i fatti che ci stimolano e che devono essere assunti come sfide a breve e medio termine. In primo luogo, è necessario prestare maggiore attenzione alle frontiere e ai passaggi attraverso i quali circolano i migranti. La frontiera, nel caso dell'America Latina, non è un confine, un elemento di separazione tra popoli con culture diverse, ma piuttosto sono spazi di vita condivisa tra cittadini legati da vincoli familiari e culturali. Pertanto, la sfida è quella di creare un coordinamento che faciliti la vita in queste zone di confine.

Per quanto riguarda il dramma dei rifugiati, riconoscerli nella loro dimensione umana, dando loro gli strumenti perché possano essere protagonisti del proprio destino, cercando di capire il dramma che vivono in questa ricerca di una condizione di vita migliore. La prospettiva proposta dal relatore è quella di dare uno sguardo complessivo e profondamente umano alla situazione del migrante e al fenomeno della migrazione nel nostro continente.

Per una cultura di Riconciliazione e Riconoscimento in quanto essere umani

La sessione di domande e risposte è servita a chiarire i seguenti aspetti: Oscar Calderón fa notare che nonostante l'esistenza di meccanismi di coordinamento tra l'ONU, le organizzazioni interregionali e i governi, per regolare i transiti di frontiera e assistere ai flussi migratori, non esistono spazi per analizzare le cause e le concause dei processi migratori forzati, in modo da agire per fermarli o ridurli. È anche necessario creare meccanismi per includere le organizzazioni della società civile che lavorano nella protezione dei migranti e nella difesa dei loro diritti umani.

Javier Cortegoso sottolinea che sono stati già ufficializzati patti a livello mondiale per una migliore governance dei flussi migratori, che sono di grande importanza, ma devono migliorare la loro capacità operativa con il sostegno delle organizzazioni non governative che lavorano nella zona. Allo stesso modo, ci sono meccanismi per promuovere programmi di sviluppo che cercano di intervenire sulle cause della migrazione, ma la difficoltà sta nel coordinarli con le organizzazioni comunitarie, anche con la partecipazione di coloro che sono stati migranti e rifugiati.

Esiste anche una concezione del confine come un tessuto di relazioni e uno spazio condiviso tra i suoi abitanti, anche se tra gli stati di confine prevalgono visioni economiche e di sicurezza nazionale. I governi chiudono e aprono unilateralmente le frontiere, senza capire che sono spazi vitali e che chiudendo l'accesso legale per il transito, consegnano il controllo delle frontiere alle mafie e ai gruppi illegali che traggono profitto dal traffico di esseri umani. Pertanto, è necessario ridefinire le frontiere come spazi di incontro e rafforzarne la presenza di fronte ai centri nazionali del potere governativo.

Nel caso della migrazione venezuelana, la seconda più grande al mondo in termini di volume, con sei milioni di persone in fuga dal paese, soprattutto dal 2015, questo fenomeno massiccio non sembra invece possibile essere replicato in altri paesi, anche se molti dei fattori che hanno innescato il processo venezuelano sono presenti nella regione. Infine, per i relatori, il fenomeno migratorio dovrebbe essere un modo per formare, dal dolore e dalla sofferenza della fuga, una cultura del riconoscimento dell'altro, della solidarietà, dell'ospitalità e della riconciliazione come Essere Umano.


Source: CPAL

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Pubblicato da SJES ROME - Coordinatore delle comunicazioni in SJES-ROME
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